Come si innova un Paese?

letto 1578 voltepubblicato il 19/06/2014 - 15:09

Come si innova un Paese?

Probabilmente il mio è un intervento di parte come anche la riposta al quesito posto in apertura: l’innovazione di un Paese parte obbligatoriamente dalla scuola.

Come docente in una scuola statale rivendico il riconoscimento della mia professionalità, come cittadino rivendico il diritto ad una scuola pubblica di qualità e la necessità di definire una chiara visione del sistema Paese. 

A mio avviso il "problema" scuola andrebbe analizzato da, almeno, tre punti di vista:

  1. Che tipo di scuola vogliamo? Quali obiettivi intendiamo raggiungere?
  2. Come possiamo garantire l'eccellenza nella formazione e reclutamento dei docenti?
  3. Come intendiamo motivare professionisti eccellenti ad intraprendere o continuare a svolgere la professione docente?

La scuola oggi è specchio di una società che naviga a vista; la rivoluzione "distruttiva" della tecnologia e della rete ha stravolto mercati, stile di vita, obiettivi e bisogni formativi. 

Quale scuola è giusta in questo scenario? Molte e contrastanti sono le ipotesi. Vogliamo una scuola che formi al mondo? Che preservi e tramandi la tradizione? O cosa?

Sembra, in genere, prevalere l'idea che sia auspicabile orientarsi verso una scuola che prepari al mondo reale. Acquisire la consapevolezza che stiamo assistendo ad una rivoluzione distruttiva, infatti, vuol dire che è necessario un cambiamento radicale in totale rottura con il passato.

Se questa è la scelta, con la quale personalmente concordo, se l’obiettivo è formare per competenze per educare cittadini capaci di vivere in autonomia le sfide di un contesto sempre più complesso ed in costante evoluzione, dovremo puntare a progettare esperienze di apprendimento utili a creare/consolidare skill utili al soggetto:

  • ad ottimizzare l'uso delle tecnologie (come autore oltre che come utente), 
  • ad apprendere e lavorare in modo collaborativo,
  • ad utilizzare le informazioni (dalla ricerca all'elaborazione per l'assolvimento di task specifici)

per portare qualche esempio.

Si tratta di innovare la progettazione didattica nel profondo e certamente non in modo indolore. Si dovrà rinunciare, probabilmente, all'idea radicata di una scuola in cui il soggetto ha modo di acquisire un elevato livello di conoscenze specifiche.

Per poter innovare è necessario allargare prima di tutto il proprio campo di esperienza ed allenarsi a pesare assumendo differenti punti di vista. Quanti docenti/famiglie/allievi italiani hanno contezza del modo di fare scuola in altri Paesi EU? Un confronto con altri sistemi scolastici, operate dagli attori principali (in modo diretto) e non solo da ricercatori/studiosi svelerebbe che un altro modo di scuola è possibile…e che ogni scelta ha pro e contro, naturalmente.

Il tempo dedicato all'esercizio di "nuove" skill andrà, è prevedibile, a scapito dell'approfondimento durante l'attività didattica curriculare. Gli studenti saranno formati a pianificare e realizzare in maniera autonoma fuori dall'aula, per tutto l'arco della propria vita, l'approfondimento relativamente a contenuti/argomenti di loro interesse. Si tratta di una via assolutamente percorribile a patto che apprendenti, famiglie e docenti siano "insieme" consapevoli degli obiettivi, delle criticità, dei punti a favore e dei punti contro.

Nella mia esperienza personale ho avuto modo di raccogliere pareri assai discordanti. Particolarmente interessante si è rivelato il confronto con genitori italiani di studenti (dai 3 ai 13 anni) che hanno avuto l’opportunità di frequentare sia la scuola italiana statale che la scuola statale inglese.  

Pur non trattandosi di numeri significativi utili a fornire indicazioni statistiche, ritengo utile socializzare quanto appreso per stimolare una comune riflessione.

In merito all’esperienza nella scuola inglese i genitori, in genere, affermano di essere soddisfatti del fatto che per apprendere i figli usino la tecnologia integrata in tutte le fasi dell'apprendimento. Nello stesso tempo lamentano che l’attività didattica sia incentrata maggiormente sull’imparare ad apprendere e soft skill piuttosto che su competenze (credo intendano conoscenze) “tradizionali” (dallo studio della grammatica alla storia, geografia, matematica). Emerge, inoltre, un forte scetticismo sul fatto che “i compiti a casa” siano esigui rispetto a quelli assegnati nelle scuole italiane.

Al contrario, tutti gli studenti sono entusiasti del modo di fare scuola inglese che trovano molto più stimolante di quello italiano, partecipano assai volentieri all’attività didattica (a tempo pieno), si rendono disponibili per le attività extra tempo scuola, mostrano un forte impegno per sostenere al meglio le prove periodiche obbligatorie (tutte strutturate secondo un modello molto vicino a quello INVALSI).

Chi ha ragione? Difficile dirlo in modo assoluto, anche il Governo inglese mostra, ciclicamente, ripensamenti sul fatto, per esempio, che allo studio della grammatica sia dedicato un tempo, nel complesso, ridotto. La valutazione di un modello educativo può essere realizzata solo nel medio/lungo periodo e necessita di contestualizzazione. 

Tornando al tema specifico dell’intervento, è possibile concordare sul fatto che solo quando sarà  definita una soddisfacente e “comune” idea di scuola potranno utilmente e funzionalmente essere formati i docenti nonché definiti efficaci modalità e criteri di reclutamento.

È bene riflettere sul fatto che una società fluida richiederà una costante revisione di "idea di scuola" e, dunque, di tutto il sistema ad essa connesso. Una società liquida rende necessario un sistema scuola liquido.

In riferimento alla formazione dei docenti (docenti di una scuola che formi al mondo), secondo il mio punto di vista, non ci si dovrebbe limitare alla programmazione della formazione in servizio o accademica ma incentivare la mobilità dei soggetti (anche in diverse posizioni nell’ambito della PA, a livello nazionale ed internazionale) e l'uso dell'aspettativa

L'importanza e l'utilità dell'apprendimento informale e/o on the job non va solo evidenziata e comunicata, va tradotta in concreta opportunità. L'istituto dell'aspettativa non retribuita andrebbe incoraggiato consentendo, però, al docente di svolgere attività professionale retribuita. L'esperienza maturata "fuori dalla scuola" potrebbe così tradursi, al rientro nella posizione, in risorsa, a costo zero, per l'intero sistema scolastico.

Ad eccezione della necessaria formazione di base sull’uso delle tecnologie (indispensabile per consentire, ove presente, il recupero del gap in materia di competenze informatiche/digitali) dove, se non nel mondo reale, un docente può apprendere come usare al meglio la tecnologia in modo integrato ai contenuti e in modo funzionale all’assolvimento di task?

Per concludere, una scuola d'eccellenza vanta docenti d'eccellenza, professionisti che è necessario motivare.

La professione docente dovrebbe essere intensa come professione d’eccellenza e “nei fatti” ritenuta elemento strategico su cui far leva per lo sviluppo del Paese. Educare “cittadini” competenti è l’unica garanzia per avere uno Stato efficiente.

I docenti dovrebbero essere motivati, come tutti i dipendenti della PA, a svolgere il proprio ruolo professionale attraverso incentivi in termini di avanzamento di carriera che premino, per esempio, la disponibilità alla formazione continua, il raggiungimento di obiettivi, la produzione di ricerca didattica.