Le LIBERALIZZAZIONI operano anche sulle norme urbanistico-edilizie

letto 1576 voltepubblicato il 07/11/2016 - 10:03, in Disciplina delle attività produttive (SUAP e non solo)

Le LIBERALIZZAZIONI operano anche sulle norme urbanistico-edilizie

Segnaliamo questa importantissima sentenza sia in merito al deliberato che, soprattutto, alle motivazioni adottate che ripercorrono il processo di LIBERALIZZAZIONE con particolare riferimento alle normative regionali (o locali) precedenti al 2011, che devono ritenersi superate (abrogate) dalle norme di liberalizzazione anche se riguardanti vincoli di natura urbanistico-edilizia.

Tar Puglia, 31 ottobre 2016 n. 1641

IL TESTO COMPLETO DELLA SENTENZA CON EVIDENZIATI I PASSAGGI ESSENZIALI:

 

Tar Puglia, 31 ottobre 2016 n. 1641

Pubblicato il 31/10/2016
N. 01641/2016 REG.PROV.COLL.
N. 00319/2016 REG.RIC.
R E P U B B L I C A I T A L I A N A
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia
Lecce - Sezione Prima
ha pronunciato la presente
SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 319 del 2016, integrato da motivi
aggiunti, proposto da:
yyyy Srl, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentata e
difesa dall'avvocato Tommaso Millefiori C.F. MLLTMS57C10B822M, con
domicilio eletto presso il suo studio in Lecce, via Mannarino n. 11/A;
contro
Comune di Lecce, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e
difeso dagli avvocati Laura Astuto C.F. STTLRA70A60E506R, Elisabetta
Ciulla C.F. CLLLBT63L63A662H, con domicilio eletto presso Laura Astuto
in Lecce, c/o Municipio;
nei confronti di
xxxx Srl, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentata e difesa
dagli avvocati Cesare Righetti C.F. RGHCSR68D16L781O, Giampaolo
Salvatore C.F. SLVGPL60A23E506G, con domicilio eletto presso
Giampaolo Salvatore in Lecce, via L. Sturzo n. 13;
per l'annullamento
del permesso di costruire n. 528/15 rilasciato dal Dirigente p.t. dell'U.T.C. di
Lecce in data 18/11/2015 al sig. De Bari Corrado, in qualità di dichiarato
procuratore speciale della xxxx srl, dichiarata proprietaria, per la
realizzazione di una struttura commerciale in Lecce al viale della Libertà in
conformità al progetto a firma dell'ing. Francesco Sticchi Damiani, nonché di
tutti i relativi atti presupposti, connessi e/o consequenziali del medesimo
procedimento;
nonché con i motivi aggiunti depositati il 12 aprile 2016
per l'annullamento, previa sospensione,
del permesso di costruire in variante n. 060/16 rilasciato alla xxxx s.r.l. in
data 05/02/2016 per il riposizionamento della rampa di carico e scarico
merci;
del permesso di costruire in ulteriore variante in corso d'opera n. 086/16 del
24/02/2016, avente ad oggetto l'ampliamento della superficie di vendita da
600 mq. a 1.354,00 mq. nell'ambito della medesima piastra commerciale già
assentita;
dell'autorizzazione annonaria n. 57 rilasciata in data 04/02/2016 e successiva
"presa d'atto" del relativo ampliamento in data 23/02/2016 con SCIA del
20/02/2016;
di tutti gli altri atti del medesimo procedimento, comunque presupposti,
connessi e/o consequenziali.
Visti il ricorso, i motivi aggiunti e i relativi allegati;
Visti gli atti di costituzione in giudizio di Comune di Lecce e di xxxx Srl;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 26 ottobre 2016 il dott. Roberto
Michele Palmieri e uditi per le parti i difensori come da verbale;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
FATTO e DIRITTO
1. La ricorrente, titolare di esercizio commerciale di media struttura di vendita
in Lecce, impugna i titoli edilizi in epigrafe, nonché le conseguenti
autorizzazioni commerciali, rilasciati in favore di xxxx s.r.l. per la
realizzazione di una struttura commerciale M2 in Lecce, al Viale della Libertà.
A sostegno del ricorso, la ricorrente ha articolato i seguenti motivi di
gravame, appresso sintetizzati: I) violazione di pertinenti disposizioni del
d.P.R. n. 380/01, della L.R. n. 5/10, delle NTA del locale PRG; eccesso di
potere per perplessità e contraddittorietà; II) eccesso di potere per errore,
difetto di istruttoria e di motivazione; violazione di pertinenti disposizioni del
d.P.R. n. 380/01; III) eccesso di potere per errore, difetto di istruttoria e di
motivazione; violazione della Delibera CC n. 36/15.
Con ricorso per motivi aggiunti del 17.2.2016 la ricorrente ha articolato i
seguenti, ulteriori motivi di gravame, appresso sintetizzati: IV) violazione
dell’art. 32 co. 4 NTA del PRG; V) violazione dell’art. 92 NTA del PRG.
Con ulteriore ricorso per motivi aggiunti del 1°.4.2016 la ricorrente ha
articolato i seguenti, ulteriori motivi di gravame, appresso sintetizzati: VI) e
VII) violazione del Reg. approvato con Delibera CC n. 18/12; VIII)
violazione della L.R. n. 24/15, del Reg. reg. n. 7/09, del DM n. 1444/68;
eccesso di potere per errore e difetto di istruttoria; IX) violazione delle
richiamate disposizioni del PRG, della L.R. n. 5/10, del d.P.R. n. 380/01;
eccesso di potere per contraddittorietà e perplessità dell’azione
amministrativa; X) violazione dell’art. 32 co. 4 NTA del PRG; XI) violazione
dell’art. 92 NTA del PRG; XII) violazione dell’art. 2 l. n. 122/89; XIII)
violazione, sotto altro profilo, degli artt. 90 e 92 NTA del PRG, del d.P.R. n.
380/01; delle LL.RR. nn. 13/01 e 24/15.
All’udienza del 26.10.2016 il ricorso è stato trattenuto in decisione.
2. Il ricorso, nel merito, è infondato. Ciò esime il Collegio dall’esame delle
preliminari eccezioni di inammissibilità proposte dal resistente e dalla
controinteressata.
Con i vari motivi di impugnazione, la ricorrente deduce l’illegittimità dei titoli
edilizi e delle autorizzazioni commerciali rilasciati in favore della
controinteressata xxxx s.r.l. Ad avviso della ricorrente, tali titoli
sconterebbero violazione, sotto vari profili, della normativa statale/regionale
e del locale strumento urbanistico, entrambi dettati in tema di rilascio di titoli
per l’apertura di medie strutture di vendita. In particolare, risulterebbe violata
la disciplina dettata in tema di standards urbanistici (motivo VIII), nonché
quella relativa alle destinazioni d’uso della zona (motivi II, IV, V, X, XI, XII e
XIII). Del pari violata sarebbe poi la disciplina delle c.d. “zone bianche”
(motivi sub I e IX), in cui si iscriverebbe l’area in esame. Ancora, l’illegittimità
dei titoli discenderebbe dalla mancata stipula di convenzione accessiva
(motivo sub III). Infine, non sarebbe rispettata la normativa in tema di
accorpamenti di medie strutture di vendita (motivi sub VI e VII).
3. Le censure, in quanto strettamente connesse con il tema delle
liberalizzazioni, richiedono una riflessione preliminare su tale aspetto.
Sul punto, riprendendo quanto già affermato da questo TAR con sentenza n.
941/15, premette anzitutto il Collegio che il fenomeno della liberalizzazione
ha interessato il legislatore, specie negli ultimi anni, sotto un duplice profilo.
In primo luogo, si è avvertita la necessità, derivante dal rispetto del diritto
comunitario primario (libertà di stabilimento e di libera prestazione: art. 49
TFUE) e secondario (Direttiva CE n. 123/2006: c.d. direttiva “Bolkestein”),
di favorire la più ampia apertura dei mercati, specie di quelli un tempo
caratterizzati da situazioni di monopolio (es. energia, gas, trasporti, servizi
postali, telecomunicazioni, ecc.). Sotto questo profilo, si è assistito ad un
coacervo di disposizioni normative volte a favorire la concorrenza “nel”
mercato attraverso l'eliminazione di diritti speciali o esclusivi concessi alle
imprese operanti in determinati settori economici. Ciò è avvenuto mediante
una serie di interventi di riorganizzazione ad ampio spettro delle regole di
funzionamento del mercato. Così, specie nei settori nei quali freni di tipo
infrastrutturale impedivano l’ingresso di nuovi operatori in determinati
mercati (es. il trasporto ferroviario, il mercato del gas, dell’energia, ecc.),
l’intervento normativo si è sostanziato nella scissione tra la proprietà delle
infrastrutture, rimasta in capo alla mano pubblica, e la gestione delle stesse,
affidata ad operatori economici dotati dei necessari requisiti tecnicoorganizzativi.
Altro punto cardine è stato poi quello di garantire che il mercato delle
commesse pubbliche, specie nei settori liberalizzati, avvenisse secondo regole
competitive, e cioè attraverso la previsione di procedure ad evidenza pubblica
mosse non più soltanto da esigenze di tipo contabilistico attinenti alla corretta
formazione della volontà negoziale dell’Amministrazione e al risparmio di
spesa, ma finalizzate altresì ad assicurare la più ampia apertura del mercato a
tutti gli operatori economici del settore, in ossequio ai principi-cardine
comunitari della libera circolazione delle merci, della libertà di stabilimento e
della libera prestazione dei servizi.
Si parla, in tal caso, di regole di concorrenza “per” il mercato, e pertanto di
disposizioni che – come diffusamente chiarito dal giudice delle leggi (cfr, ex
multis, Corte cost. n. 401/07) – costituiscono attuazione delle stesse regole
costituzionali della imparzialità e del buon andamento, che devono guidare
l'azione della pubblica amministrazione ai sensi dell'art. 97 Cost.
Da ultimo, parallelamente al progressivo “ritiro” dello Stato da settori
economici prima riservati al suo esclusivo potere organizzativo e/o
gestionale, si è assistito alla creazione di autorità amministrative indipendenti,
come tali svincolate sia dall’organizzazione statuale – rispetto alla quale esse
non si pongono in rapporto di sottordinazione gerarchica – sia dai privati
gestori, e alle quali sono stati attribuiti importanti compiti di regolazione e di
disciplina dei mercati liberalizzati.
3.2. Ciò detto quanto alla prima declinazione del concetto di liberalizzazione,
non può tuttavia sottacersi un’altra, non meno rilevante, versione, pur
collegata alla prima. Si allude, sotto questo profilo, al fenomeno del
progressivo “affrancamento” delle attività economiche dal potere di
autorizzazione e/o di controllo da parte dei pubblici poteri. Come è stato
osservato, tale versione del concetto di liberalizzazione si differenzia dalla
precedente sotto vari aspetti: anzitutto, per l’obiettivo politico, espressamente
declinato non già nel senso della integrazione dei mercati transfrontalieri,
quanto nella volontà di recuperare lo svantaggio competitivo sofferto dal
Paese nel contesto della competizione internazionale. In secondo luogo, per il
fondamento “valoriale”, atteso che è ivi sottesa una evidente percezione dei
sistemi di autorizzazione ex ante, visti come fattore impeditivo della crescita
economica. Infine, per le conseguenti misure tecniche adottate, consistenti
fondamentalmente nella abrogazione di norme preesistenti.
4. A tale ultima declinazione del concetto di liberalizzazioni si ascrive la
normativa rilevante nel caso di specie. In particolare, rileva la previsione di cui
all’art. 31 co. 2 d.l. n. 201/11 (Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il
consolidamento dei conti pubblici – c.d. decreto Salva-Italia), convertito in l.
n. 214/11, che nella versione attuale recita:
“Secondo la disciplina dell'Unione Europea e nazionale in materia di
concorrenza, libertà di stabilimento e libera prestazione di servizi, costituisce
principio generale dell'ordinamento nazionale la libertà di apertura di nuovi
esercizi commerciali sul territorio senza contingenti, limiti territoriali o altri
vincoli di qualsiasi altra natura, esclusi quelli connessi alla tutela della salute,
dei lavoratori, dell'ambiente, ivi incluso l'ambiente urbano, e dei beni culturali.
Le Regioni e gli enti locali adeguano i propri ordinamenti alle prescrizioni del
presente comma entro il 30 settembre 2012, potendo prevedere al riguardo,
senza discriminazioni tra gli operatori, anche aree interdette agli esercizi
commerciali, ovvero limitazioni ad aree dove possano insediarsi attività
produttive e commerciali solo qualora vi sia la necessità di garantire la tutela
della salute, dei lavoratori, dell'ambiente, ivi incluso l'ambiente urbano, e dei
beni culturali”.
Tale disposizione si completa con quella prevista dal successivo art. 34, i cui
2° e 3° comma testualmente dispongono:
(2° comma) “La disciplina delle attività economiche è improntata al principio
di libertà di accesso, di organizzazione e di svolgimento, fatte salve le esigenze
imperative di interesse generale, costituzionalmente rilevanti e compatibili con
l'ordinamento comunitario, che possono giustificare l'introduzione di previ
atti amministrativi di assenso o autorizzazione o di controllo, nel rispetto del
principio di proporzionalità”.
(3° comma) “Sono abrogate le seguenti restrizioni disposte dalle norme
vigenti:
a) il divieto di esercizio di una attività economica al di fuori di una certa area
geografica e l'abilitazione a esercitarla solo all'interno di una determinata area;
b) l'imposizione di distanze minime tra le localizzazioni delle sedi deputate
all'esercizio di una attività economica;
c) il divieto di esercizio di una attività economica in più sedi oppure in una o
più aree geografiche;
d) la limitazione dell'esercizio di una attività economica ad alcune categorie o
divieto, nei confronti di alcune categorie, di commercializzazione di taluni
prodotti;
e) la limitazione dell'esercizio di una attività economica attraverso
l'indicazione tassativa della forma giuridica richiesta all'operatore;
f) l'imposizione di prezzi minimi o commissioni per la fornitura di beni o
servizi;
g) l'obbligo di fornitura di specifici servizi complementari all'attività svolta”.
5. Tale essendo il tenore delle cennate disposizioni normative, occorre ora
analizzarne la portata.
Sul punto, rileva il Collegio che, come condivisibilmente affermato
dall’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato (AGCM) nel suo Parere
28.11.2013, il legislatore nazionale, allo scopo di garantire la più ampia
applicazione del principio di libera concorrenza al settore del commercio, è
intervenuto a sancire il principio generale (nel rispetto della disciplina
comunitaria in materia di concorrenza, libertà di stabilimento e libera
prestazione dei servizi) della libertà di apertura di nuovi esercizi commerciali,
senza contingenti e limiti territoriali o altri vincoli di qualsiasi altra natura.
Soltanto laddove sia effettivamente necessario tutelare interessi generali
specificamente individuati, quali la tutela della salute, dei lavoratori,
dell’ambiente e dei beni culturali, è riconosciuta la possibilità di introdurre
limiti all’esercizio delle attività commerciali, purché nel rigoroso rispetto dei
principi di necessità, proporzionalità e non discriminazione.
6. Ciò chiarito, problema rilevante nel caso di specie è anzitutto quello di
stabilire la compatibilità costituzionale di tale previsione normativa con il
sistema di riparto delle competenze tra Stato e Regioni sancito dall’art. 117
Cost.
Al riguardo, la Corte costituzionale, ribadendo quanto già da essa affermato
con sent. n. 430/07 all’indomani della prima “ondata” liberalizzatrice operata
con d.l. n. 223/06 (c.d. decreto Bersani), ha ulteriormente ribadito (cfr. sent.
n. 38/13) che:
1) per costante giurisprudenza costituzionale, la nozione di concorrenza – di
cui all'art. 117, secondo comma, lettera e), Cost. – “riflette quella operante in
ambito comunitario e comprende: a) sia gli interventi regolatori che a titolo
principale incidono sulla concorrenza, quali le misure legislative di tutela in
senso proprio, che contrastano gli atti ed i comportamenti delle imprese che
incidono negativamente sull'assetto concorrenziale dei mercati e che ne
disciplinano le modalità di controllo, eventualmente anche di sanzione; b) sia
le misure legislative di promozione, che mirano ad aprire un mercato o a
consolidarne l'apertura, eliminando barriere all'entrata, riducendo o
eliminando vincoli al libero esplicarsi della capacità imprenditoriale e della
competizione tra imprese, rimuovendo cioè, in generale, i vincoli alle modalità
di esercizio delle attività economiche (ex multis: sentenze n. 270 e n. 45 del
2010, n. 160 del 2009, n. 430 e n. 401 del 2007)”;
2) la materia «tutela della concorrenza», dato il suo carattere finalistico, non è
una materia di estensione certa o delimitata, ma è configurabile come
trasversale, “corrispondente ai mercati di riferimento delle attività
economiche incise dall'intervento e in grado di influire anche su materie
attribuite alla competenza legislativa, concorrente o residuale, delle regioni
(sentenze n. 80 del 2006, n. 175 del 2005, n. 272 e n. 14 del 2004)”.
Dalla natura trasversale della competenza esclusiva dello Stato in materia di
tutela della concorrenza la Corte ha tratto la conclusione che: “la disciplina
statale della concorrenza costituisce un limite alla disciplina che le medesime
Regioni possono adottare in altre materie di loro competenza” (sentenza n.
299/12 cit, punto 6.1. del Considerato in diritto).
In particolare, con riferimento all'art. 31, comma 2, del d.l. n. 201 del 2011, la
Corte ha affermato che detta norma deve essere ricondotta nell'ambito della
competenza legislativa esclusiva dello Stato, di cui all'art. 117, secondo
comma, lettera e), Cost, «tutela della concorrenza», “trattandosi di una
disciplina di liberalizzazione e di eliminazione di vincoli al libero esplicarsi
dell'attività imprenditoriale nel settore commerciale” (sent. n. 299/12, ribadita
dalla successiva sent. n. 38/13).
7. Chiarito il modo di operare della previsione di cui all’art. 31 co. 2 d.l. n.
201/11 nel sistema costituzionale di riparto di competenze tra Stato e Regioni
disegnato dall’art. 117 Cost, occorre ora risolvere il problema – rilevante nel
caso di specie – conseguente al sorgere di possibili antinomie tra la suddetta
previsione statale e la normativa regionale e/o le previsioni pianificatorie
adottate dagli enti locali, contenenti una disciplina più restrittiva di quella
nazionale quanto alla localizzazione di nuovi esercizi commerciali.
Da un punto di vista generale, la soluzione al quesito dovrebbe essere
agevole, posto che, ai sensi del più volte citato art. 31 co. 2 d.l. n. 201/11, “Le
Regioni e gli enti locali adeguano i propri ordinamenti alle prescrizioni del
presente comma entro il 30 settembre 2012, potendo prevedere al riguardo,
senza discriminazioni tra gli operatori, anche aree interdette agli esercizi
commerciali, ovvero limitazioni ad aree dove possano insediarsi attività
produttive e commerciali solo qualora vi sia la necessità di garantire la tutela
della salute, dei lavoratori, dell'ambiente, ivi incluso l'ambiente urbano, e dei
beni culturali”.
Dunque, la soluzione delle antinomie richiede, in prima battuta, la necessaria
collaborazione delle Regioni e degli enti locali, chiamate ad adeguare i
rispettivi ordinamenti alle esigenze nazionali e sovranazionali di cui all’art. 31
decreto “Salva-Italia”. In particolare, il bilanciamento tra le esigenze di tutela
dei principi comunitari in tema di libertà di stabilimento e di libera
prestazione dei servizi, e quelle di tutela della salute, dei lavoratori,
dell’ambiente, ivi incluso quello urbano, e dei beni culturali – costituenti
altrettanti motivi imperativi di interesse generale – va fatto nel senso che un
eventuale provvedimento limitativo non potrà fondarsi sullo stato della
pregressa legislazione e/o pianificazione, ma dovrà contenere una specifica
motivazione – oggetto di specifico scrutinio giurisdizionale – in ordine alla
sussistenza dei suddetti motivi imperativi di interesse generale (da valutarsi ex
novo), come tali legittimanti restrizioni ai cennati principi comunitari.
8. Se tale è il sistema di risoluzione delle antinomie prefigurato dal legislatore,
si pone tuttavia l’esigenza di chiarire cosa accada nei casi in cui il
legislatore/pianificatore comunale non provveda al suddetto adeguamento,
ovvero vi provveda in termini confliggenti con la suddetta legislazione statale.
Per quest’ultima ipotesi, alla luce dei citati arresti della Corte costituzionale, è
agevole ipotizzare l’illegittimità costituzionale della normativa regionale
confliggente con quella statale, e ciò per contrasto sia con l’art. 117 2° comma
lett. e) Cost, venendo in rilievo la lesione della concorrenza, materia,
quest’ultima, riservata alla legislazione esclusiva dello Stato.
La violazione della normativa comunitaria, ad opera del legislatore regionale,
comporta poi, in virtù del principio di primazia del diritto comunitario (Corte
cost. n. 170/84), la necessità di disapplicazione del diritto nazionale
incompatibile con le previsioni chiare, precise e incondizionate del primo (art.
49 TFUE; Dir. Bolkstein n. 123/06). In subordine, ove si ritenga che le
suddette previsioni di diritto comunitario non siano direttamente applicabili
nell’ordinamento interno, in quanto non sufficientemente dettagliate e/o
incondizionate (ma la previsione di cui al citato art. 49 TFUE presenta
pacificamente tali caratteristiche), può profilarsi il contrasto con l’art. 117 1°
comma Cost, con riferimento, questa volta, alla citata normativa comunitaria,
primaria e secondaria, che sancisce il diritto di stabilimento e di libera
prestazione di servizi in ambito comunitario (nel senso dell’illegittimità
costituzionale di disposizioni di diritto interno contrastanti con previsioni di
diritto comunitario non direttamente applicabili, cfr. Corte cost. n. 28/10).
9. Maggiori dubbi si incontrano invece nel caso di inerzia da parte del
legislatore/pianificatore regionale e/o locale.
Sul punto, il Consiglio di Stato, con sentenza n. 70/14, ha affermato che con
l’entrata in vigore dell’art. 31 decreto Salva-Italia “… costituisce … principio
generale dell'ordinamento nazionale quello della libertà di apertura di nuovi
esercizi commerciali sul territorio senza contingenti, limiti territoriali o altri
vincoli di qualsiasi altra natura, compresi gli orari di apertura e chiusura
dell'esercizio, esclusi quelli connessi alla tutela della salute, dei lavoratori,
dell'ambiente, ivi incluso l'ambiente urbano, e dei beni culturali. Pertanto i
provvedimenti amministrativi, anche di natura generale e regolamentare, che
ponevano limiti agli orari e/o imponevano giorni di chiusura agli esercizi
commerciali devono ritenersi, a seguito della entrata in vigore di dette norme,
caducati”.
Soggiunge poi il Consiglio di Stato che “deve ritenersi implicitamente
abrogata anche la normativa regionale che prevedeva limiti agli orari e ai
giorni di apertura degli esercizi commerciali, in forza dell'entrata in vigore di
precetti statali puntuali e autoapplicativi, la cui operatività non richiede altre
scelte da parte del legislatore regionale”.
10. Reputa il Collegio di aderire alla tesi dell’abrogazione implicita proposta
dal Consiglio di Stato, alle cui argomentazioni si ritiene di aggiungere il
seguente corredo motivazionale.
È ben vero che la seconda parte dell’art. 31 d.l. n. 201 cit. prevede che le
Regioni e gli enti locali possono “… prevedere al riguardo, senza
discriminazioni tra gli operatori, anche aree interdette agli esercizi
commerciali, ovvero limitazioni ad aree dove possano insediarsi attività
produttive e commerciali solo qualora vi sia la necessità di garantire la tutela
della salute, dei lavoratori, dell'ambiente, ivi incluso l'ambiente urbano, e dei
beni culturali”.
In particolare, tale disposizione si colloca nel solco tracciato dall’art. 16 della
citata Direttiva CE n. 123/06 (Dir. Bolkestein), che autorizza il legislatore
nazionale a prevedere limitazioni alla libera prestazione di servizi, purché ciò
avvenga nel rispetto dei principi di non discriminazione, necessità e
proporzionalità.
Senonché, se ciò è vero, non va del pari trascurato che la possibilità, da parte
degli enti locali, di introdurre prescrizioni limitative del diritto di libera
prestazione di servizi, costituisce una mera eventualità, non esercitata la quale
tornano ad applicarsi le previsioni generali – nazionali e comunitarie – aventi
contenuto liberalizzatorio. Ove così non fosse, si consentirebbe infatti agli
enti locali di procrastinare sine die l’entrata in vigore delle suddette misure di
liberalizzazione, semplicemente omettendo l’adozione di proprie previsioni
normative/regolamentari. Il che contrasta non solo con la lettera del citato
art. 34 co. 3 d.l. n. 201/11 – che non a caso parla di abrogazione di “norme
vigenti” incompatibili, senza distinguere tra normativa statale e prescrizioni a
carattere locale – ma anche con la ratio che sorregge il suddetto impianto
normativo, id est l’eliminazione di barriere all’ingresso nel mercato di nuovi
operatori economici, con gli indubbi vantaggi in termini di maggiore
produttività, riduzione dei prezzi, creazione di nuova forza-lavoro, ecc, che
tale scelta di campo comporta.
La tesi dell’abrogazione della normativa secondaria incompatibile con quella
primaria trova poi un ulteriore riscontro nella previsione di cui all’art. 1,
comma 2, secondo periodo, l. n. 131/03 (Disposizioni per l'adeguamento
dell'ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n.
3 – c.d. legge La Loggia), a termini del quale: “Le disposizioni normative
regionali vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge nelle materie
appartenenti alla legislazione esclusiva statale continuano ad applicarsi fino
alla data di entrata in vigore delle disposizioni statali in materia, fatti salvi gli
effetti di eventuali pronunce della Corte costituzionale”.
Nel caso di specie, poiché gli artt. 31 ss. d.l. n. 201/11 disciplinano una
materia che, per le ragioni sopra descritte, si colloca nell’ambito della tutela
della concorrenza, come tale riservata alla legislazione esclusiva dello Stato
(art. 117 co. 2 lett. e) Cost.), dalla sua entrata in vigore devono ritenersi
implicitamente abrogate le disposizioni regionali con essa incompatibili (in tal
senso, sia pur con riferimento alla disciplina delle liberalizzazioni attuata con il
d.l. “Bersani” n. 223/06, cfr. C.d.S, V, 5.5.2009, n. 2808; TAR Palermo, III,
17.5.2010, n. 6884; TAR Friuli V.G, I, 11.3.2011, n. 145).
11. Così delineato il quadro normativo di riferimento, può ora procedersi allo
scrutinio della fattispecie oggetto del presente giudizio.
Sul punto, con memoria depositata in data 4.6.2016 la ricorrente ha
provveduto alla rimodulazione dei vari motivi di gravame, chiedendo l’esame
prioritario del motivo sub VIII, con il quale deduce l’illegittimità della
concessa autorizzazione commerciale, per violazione dell’art. 20 co. 3 L.R. n.
24/15, già art. 14 co. 3 L.R. n. 11/03. In particolare, ad avviso della
ricorrente, la xxxx s.r.l. non avrebbe provveduto alla cessione al
Comune degli standards pubblici di cui al d.m. n. 1444/68, con la
conseguenza che la relativa autorizzazione commerciale sarebbe stata
rilasciata in modo illegittimo.
Il motivo è doppiamente infondato.
11.1. Ai sensi dell’art. 18, 1° comma, L.R. n. 24/15: “I comuni individuano le
aree idonee all'insediamento di strutture commerciali attraverso i propri
strumenti urbanistici, in conformità alle finalità di cui all'articolo 2, con
particolare riferimento al dimensionamento della funzione commerciale nelle
diverse articolazioni previste all'articolo 16”.
Dispone poi il successivo 2° comma che: “L'insediamento di grandi strutture
di vendita e di medie strutture di vendita di tipo M3. è consentito solo in aree
idonee sotto il profilo urbanistico e oggetto di piani urbanistici attuativi anche
al fine di prevedere le opere di mitigazione ambientale, di miglioramento
dell'accessibilità e/o di riduzione dell'impatto socio economico, ritenute
necessarie”.
Tali disposizioni ricalcano la previgente norma di cui all’art. 12 L.R. n. 11/03.
Dispone poi il successivo art. 20 co. 3 L.R. n. 24/15 che: “L'autorizzazione
amministrativa per l'apertura, il trasferimento e l'ampliamento delle medie e
grandi strutture di vendita può essere rilasciata soltanto in conformità degli
strumenti di pianificazione territoriale, paesistica e urbanistica e previa verifica
delle condizioni di compatibilità e delle dotazioni di standards urbanistici in
relazione alla tipologia dell'esercizio insediato o risultante dall'ampliamento”.
Tale disposizione ricalca in toto la previgente norma di cui all’art. 14 co. 3
L.R. n. 11/03.
11.2. Orbene, emerge da tale reticolo normativo che – nell’ambito del
territorio pugliese – l’apertura e/o ampliamento di una media struttura di
vendita non costituisce oggetto di un postulato giuridico acquisito, ma si
caratterizza in termini di posizione giuridica di vantaggio, da tutelarsi tuttavia
nel rispetto di altri interessi pubblico-privati interferenti con quello del
privato.
Orbene, poiché non risulta che il legislatore regionale abbia effettuato alcuna
valutazione, ex novo, di compatibilità della propria normativa con quella
risultante dalle cennate previsioni di cui agli artt. 31-34 d.l. n. 201/11 – posto
che la normativa di cui alla L.R. n. 24/15 è la stessa, in parte qua, di quella
risultante dalla L.R. n. 11/03, antecedente pertanto il suddetto d.l. n. 201/11
– da essa non possono in alcun modo ricavarsi argomenti nel senso
dell’illegittimità del rilascio degli impugnati titoli.
Pertanto, aderendo alla tesi proposta dalla ricorrente (violazione, ad opera
dell’Amministrazione, dell’art. 20 co. 3 L.R. n. 24/15), il risultato che ne
consegue è quello di considerare la normativa regionale incompatibile con
quella eurounitaria e nazionale (art. 49 TFUE; art. 31 decreto Salva-Italia).
Con la conseguenza – sulla base delle ragioni sopra esposte – dell’abrogazione
implicita della prima, per contrasto con le disposizioni chiare, precise e
incondizionate della seconda. Il che comporta, quale effetto finale, la
legittimità dei titoli rilasciati in (asserito) contrasto con la normativa regionale,
ma fedeli e rispettosi del dettato nazionale e sovranazionale.
Il tutto senza trascurare che, con il motivo oggetto di scrutinio (motivo sub
VIII) la ricorrente muove all’indirizzo dell’impugnata autorizzazione
commerciale unicamente la presunta, mancata cessione al patrimonio
comunale degli standards pubblici di cui al d.m. n. 1444/68. In tal modo, la
ricorrente appunta i propri motivi di doglianza soltanto sulla presunta
violazione, ad opera del Comune, della normativa urbanistico-edilizia, senza
invece minimamente peritarsi di indicare le esigenze di “… tutela della salute,
dei lavoratori, dell'ambiente, ivi incluso l'ambiente urbano, e dei beni
culturali”, che a norma della seconda parte dell’art. 31 co. 2 d.l. n. 201/11,
avrebbero a suo dire dovuto impedire il rilascio dell’autorizzazione, e la cui
valutazione sarebbe stata illegittimamente pretermessa dall’Amministrazione.
11.3. In sostanza, l’errore di fondo in cui versa la ricorrente è quello di
indicare a parametro di scrutinio della legittimità degli atti impugnati,
previsioni normative e/o tecniche emanate in epoca antecedente la seconda
ondata liberalizzatrice di cui al d.l. n. 201/11 (e anche la L.R. n. 24/15 lo è,
ripetendo fedelmente il contenuto delle corrispondenti previsioni della L.R. n.
11/03, senza alcuna valutazione di compatibilità ex novo delle stesse con le
cennate disposizioni liberalizzatrici), e pertanto previsioni non idonee ex se a
giustificare misure di tipo restrittivo, in assenza di una valutazione specifica,
da parte dell’Amministrazione – valutazione che nel caso di specie manca – in
ordine alla loro compatibilità con le sole limitazioni (tutela della salute,
ambiente, beni culturali ecc.) ammesse dal nuovo statuto liberalizzatorio.
11.4. Già soltanto per tali ragioni, pertanto, il motivo di gravame è infondato,
e va pertanto rigettato.
12. A ciò aggiungasi altresì, per mere ragioni di completezza espositiva, che il
motivo è altresì ulteriormente infondato nel merito, avendo xxxx s.r.l.
reperito gli spazi da destinare a standards pubblici. Invero, per quel che
riguarda le aree a parcheggi, vi è in atti atto per notar Stellacci del 5.2.2016,
con il quale la controinteressata ha unilateralmente destinato a parcheggio mq
2.490. Ed è appena il caso di precisare che la ricorrente erra quando afferma
la necessità di prova della cessione di tali aree al patrimonio comunale, posto
che, ai fini che in questa sede rilevano, ciò che conta non è la proprietà
dell’area – la quale, in difetto di specifiche previsioni normative, può essere
pubblica o privata – ma il suo vincolo di destinazione. Vincolo che, nella
specie, è ampiamente rispettato, avuto riguardo al suddetto atto unilaterale
per notar Stellacci del 5.2.2016.
12.2. Per quel che attiene invece agli altri spazi pubblici, indicati dalla
ricorrente mediante riferimento all’art. 5 d.m. n. 1444/68, rileva il Collegio
che tale previsione normativa si applica non già in via diretta, ma nei soli
limiti di cui al rinvio operato dal reg. reg. n. 7/09, il quale disciplina
unicamente gli standards di parcheggio (cfr. rubrica dell’art. 4 Reg. reg. n.
7/09), standards nella specie ampiamente rispettati.
12.3. Alla luce di tali considerazioni, il motivo di gravame sub VIII è
infondato, e deve pertanto essere rigettato.
13. Parimenti infondati sono i motivi sub II, III, IV, V, X, XI, XII, XIII (la
cui trattazione è stata ritenuta paritaria dalla ricorrente, come da memoria
4.6.2016, e al cui ordine di esame il Collegio intende aderire, in armonia
all’insegnamento offerto da Cons. Stato, AP n. 5/15), con i quali si deduce il
contrasto degli impugnati provvedimenti con la violazione delle destinazioni
d’uso previste dalle NTA del PRG del Comune di Lecce, la mancanza di
stipula di convenzione accessiva al rilascio del p.d.c, nonché la illegittima
attuazione di viabilità pubblica.
Sul punto, va anzitutto ribadito quanto sopra affermato: la ricorrente
pretende – erroneamente – di porre a fondamento dell’illegittimità degli
impugnati titoli previsioni normative e/o tecniche (principalmente, le NTA
del PRG) risalenti agli anni ’80-90, mai adeguate al nuovo statuto
liberalizzatorio, e come tali ampiamente superate dalle suddette previsioni
liberalizzatrici. Previsioni che, è appena il caso di ribadire, stabiliscono che:
a) “Secondo la disciplina dell'Unione Europea e nazionale in materia di
concorrenza, libertà di stabilimento e libera prestazione di servizi, costituisce
principio generale dell'ordinamento nazionale la libertà di apertura di nuovi
esercizi commerciali sul territorio senza contingenti, limiti territoriali o altri
vincoli di qualsiasi altra natura, esclusi quelli connessi alla tutela della salute,
dei lavoratori, dell'ambiente, ivi incluso l'ambiente urbano, e dei beni
culturali” (art. 31 co. 2 d.l. n. 201/11);
b) “Sono abrogate le seguenti restrizioni disposte dalle norme vigenti: … il
divieto di esercizio di una attività economica al di fuori di una certa area
geografica e l'abilitazione a esercitarla solo all'interno di una determinata area”
(art. 34 co. 3 d.l. n. 201/11).
13.2. In particolare, la circostanza che l’apertura di nuovi esercizi commerciali
sia consentita senza limitazioni quanto a contingenti, limiti territoriali e
“vincoli di qualsiasi altra natura” (art. 31 co. 2 d.l. n. 201 cit.), esclude che
previsioni di natura tecnica, quantomai risalenti nel tempo (il PRG del
Comune di Lecce è stato approvato dal Consiglio Comunale con Delibere n.
93 del 1983 e n. 12 del 1989, e conformato ed aggiornato alle deliberazioni
della G.R. n. 7883/87 e n. 6649/89), possano fungere da parametro di
legittimità del rilascio di titoli edilizi e/o commerciali, in assenza di
valutazione di compatibilità con il nuovo assetto liberalizzatorio, che nel caso
di specie manca. Diversamente opinando, si consentirebbe agli enti locali di
procastinare sine die l’entrata in vigore delle disposizioni liberalizzatrici,
semplicemente omettendo l’adozione di nuove norme di adeguamento. Il che
è proprio ciò che il legislatore ha inteso evitare, nel momento in cui ha
previsto un termine ultimo per l’adeguamento, decorso inutilmente il quale
trovano applicazione le previsioni liberalizzatrici, nazionali e comunitarie,
aventi portata immediatamente applicativa.
14. Poste queste premesse, è di tutta evidenza l’inconferenza delle censure
mosse dalla ricorrente all’indirizzo degli atti impugnati: invero, con riguardo al
motivo sub II, non si vede come le previsioni di cui agli artt. 88 (attrezzature
e servizi di quartiere) e 90 (Attrezzature civili di interesse comune) delle NTA
del locale PRG – previsioni dettate in un contesto storico che,
semplicemente, ignorava l’esistenza di misure di stampo liberalizzatorio –
possano costituire un vincolo in sede di rilascio di autorizzazioni per
l’apertura di medie strutture di vendita.
Al più tali previsioni avrebbero potuto costituire un vincolo qualora
l’Amministrazione, attraverso di esse, e con valutazione espressa ex novo,
avesse dichiarato di agire con l’intento di tutelare la salute, l’ambiente, ecc;
ovverossia quei beni la cui tutela giustifica tuttora, nel rispetto del principio di
proporzionalità, la previsione di limiti all’adozione di misure di stampo
liberalizzatorio, ai sensi dell’art. 31 co. 2 seconda parte d.l. n. 201/11.
Ma, in tal senso l’Amministrazione non ha operato, sicché il preteso vincolo
che la ricorrente pretende di ricavare dalle suddette previsioni normative non
può in alcun modo ritenersi attuale, essendo incompatibile con le finalità
liberalizzatrici avute di mira dal più volte citato legislatore del 2011.
15. Alla stessa stregua, la ricorrente non eccepisce minimamente l’illegittimità
provvedimentale conseguente alla mancata individuazione, da parte
dell’Amministrazione, di ostacoli all’apertura di un nuovo esercizio
commerciale, connessi all’esigenza di tutela della salute, dei lavoratori,
dell’ambiente, ecc. (art. 31 co. 2 seconda parte, d.l. n. 201 cit.), deducendo
invece esclusivamente che gli artt. 88-90 NTA del PRG – ovvero norme
tecniche dettate in un’epoca storica del tutto superata dalla ventata
liberalizzatrice – impedirebbero sic et simpliciter l’apertura di un nuovo
esercizio commerciale.
Ma, il risultato che ne consegue è quello – per il Collegio giuridicamente
inaccettabile – di riportare all’indietro le “lancette del diritto”; di riportarle,
cioè, ad un’epoca storica in cui il rilascio di autorizzazioni commerciali
avveniva sulla base di previsioni normative e tecniche di stampo dirigistico.
Previsioni da ritenersi oramai superate, alla luce dei postulati liberalizzatori
affermati dal più volte citato decreto Salva-Italia.
16. Alla stessa stregua, del tutto infondato è il motivo sub III, con il quale la
ricorrente lamenta la mancata stipula della convenzione per l’utilizzo della
zona F12 secondo lo schema tipo approvato dall’Amministrazione con DCC
n. 36/15.
Ancora una volta, la ricorrente cade nell’errore di proporre motivi di censura
ancorati a previsioni da ritenersi superate, in quanto incompatibili con il
nuovo assetto delineato dal legislatore del 2011. Invero, non è superfluo
ribadire che l’apertura di nuovi esercizi commerciali è consentita senza
limitazioni quanto a contingenti, limiti territoriali e “vincoli di qualsiasi altra
natura” (art. 31 co. 2 d.l. n. 201 cit.). Ciò implica che l’autorizzazione
all’apertura di nuovi esercizi commerciali non può costituire oggetto di
contrattazione con l’Amministrazione – come invece la ricorrente mostra di
credere – scaturendo piuttosto direttamente dalla legge.
16.2. Premesse tali considerazioni, già di per sé sufficienti al rigetto delle
proposte censure, va altresì rimarcato, per mere ragioni di completezza
espositiva, che la DCC n. 36/15 si limita a fissare in € 28 al metro cubo il
corrispettivo da versarsi all’Amministrazione ai fini dell’attuazione delle
attrezzature previste dalla normativa di PRG, e pertanto non è ex se
impeditiva dell’allocazione in zona del contestato esercizio commerciale.
Al più, il Comune potrà azionare il relativo diritto di credito nelle competenti
sedi amministrative e/o giudiziali, senza che tale questione possa in alcun
modo riverberarsi sulla legittimità delle concesse licenze edilizie e
commerciali.
Anche sotto tale profilo, è allora evidente l’infondatezza del proposto motivo
di gravame.
17. Parimenti e doppiamente infondati sono i motivi sub IV, V, X e XI, con
cui il ricorrente lamenta la violazione degli artt. 32 e 92 delle NTA del PRG di
Lecce.
17.1. Invero, sotto un primo profilo, va ribadito quanto sopra (cfr. i punti da
11 a 15) in ordine all’assoluta inconferenza dei parametri tecnici richiamati
dalla ricorrente, i quali rimandano ad un’epoca storica obsoleta, e sono
pertanto da ritenersi inidonei a fondare la legittimità di provvedimenti
amministrativi di stampo liberalizzatorio, in assenza di valutazione di
compatibilità – che nella specie manca – con le esigenze di tutela
dell’ambiente, lavoratori, beni culturali, ecc, le sole idonee a giustificare
l’adozione di misure restrittive, a’ sensi dell’art. 31, co. 2, seconda parte, del
decreto Salva-Italia.
17.2. In secondo luogo, e ad abundantiam, rileva il Collegio che:
- quanto alle censure sub IV e X (dotazione a verde, nell’area contraddistinta
come F12, di un’area inferiore alla misura stabilita dall’art. 32 NTA del PRG),
le stesse sono altresì infondate nel merito, posto che la parte residua di verde
è stata realizzata nel lotto limitrofo, sempre di proprietà della ricorrente,
ricadente in zona F14;
- parimenti infondate, nel merito, sono le censure sub V e XI (collocazione in
zona F14 di parte dei parcheggi e della viabilità, in asserita violazione dell’art.
92 NTA del PRG), posto che il parcheggio, così come la viabilità, è uno
standard, e non una destinazione d’uso, sicché deve senz’altro ritenersi
compatibile con zone territoriali omogenee, come appunto nel caso in esame.
17.3. Per tali ragioni, i motivi di ricorso sub IV, V, X e XI sono infondati, e
vanno conseguentemente disattesi.
18. Va parimenti disatteso il motivo sub XII, con il quale si deduce
l’insufficiente dotazione degli standards da destinare a parcheggio. Sul punto,
in disparte le considerazioni preliminari già esposte in riferimento agli ulteriori
motivi di ricorso (cfr. per la sintesi, il punto n. 17.1, e i richiami ivi effettuati),
considerazioni già di per sé sufficienti al rigetto anche di quello oggetto di
presente scrutinio, rileva il Collegio che, come emerge dalla Relazione
generale asseverata prodotta all’Ufficio Attività Economiche e Produttive,
xxxx s.r.l. ha destinato alla vendita una superficie di mq 1354, di cui mq
3.146 destinati a parcheggi. Superficie, quest’ultima, idonea rispetto alla
complessiva area di vendita, e più in generale, alla tipologia di esercizio
insediato, ai sensi dell’art. 4 co. 3 Reg. reg. n. 7/09 (1 mq per ogni mq di
superficie di vendita. Cfr. altresì, sul punto, il Doc. n. 3 di parte
controinteressata, con indicazione delle dimensioni delle aree da destinare a
verde e quelle da destinare a parcheggio).
19. Vanno ora esaminati i motivi sub I e IX, con i quali la ricorrente deduce la
violazione degli artt. 9-12 d.P.R. n. 380/01, nonché degli artt. 88-90 NTA del
PRG. In particolare, ad avviso della ricorrente, per la porzione di area in
esame ricadente nel comparto F12 sarebbe configurabile un vincolo
preordinato all’esproprio, il quale, essendo decaduto per infruttuoso decorso
del termine quinquennale di efficacia, determinerebbe l’assoggettamento della
relativa area al regime delle c.d. “zone bianche” ex art. 9 d.P.R. n. 380/01, con
la conseguenza della non assentibilità dell’opera in esame, la quale
eccederebbe di gran lunga la volumetria utilizzabile.
I motivi sono infondati.
19.1. Sul punto, vanno ancora una volta ribadite le considerazioni preliminari
già esposte in riferimento agli ulteriori motivi di ricorso, (cfr, per la sintesi, il
punto n. 17.1, e i richiami ivi effettuati), e in particolare la previsione
normativa (art. 31 co. 2 decreto Salva-Italia) per la quale costituisce principio
generale dell'ordinamento nazionale la libertà di apertura di nuovi esercizi
commerciali sul territorio senza contingenti, “limiti territoriali o altri vincoli di
qualsiasi altra natura”, esclusi quelli connessi alla tutela della salute, dei
lavoratori, dell'ambiente, ecc.
Pertanto, ai sensi della cennata previsione normativa, va senz’altro escluso il
divieto di realizzazione, nel comparto “F” del PRG comunale, di esercizi
commerciali del tipo di quelli in esame, ponendosi il divieto ipotizzato dalla
ricorrente – e in difetto di specifiche esigenze di tutela della salute, lavoratori,
ambiente, ecc, esigenze mai fatte oggetto di scrutinio ex post da parte
dell’Amministrazione, e la cui colpevole omissione non è stata giammai
dedotta dalla ricorrente – come atto immediatamente lesivo del diritto di
libertà di stabilimento e di concorrenza stabilito a livello nazionale e
sovranazionale.
19.2. Premesse tali considerazioni, già di per sé sufficienti al rigetto dei motivi
di ricorso ora in esame, rileva altresì il Collegio – per mere esigenze di
completezza espositiva – che, per condivisa giurisprudenza amministrativa, “i
limiti normalmente posti nei regolamenti urbanistici o nella pianificazione
urbanistica e relative norme tecniche, riguardanti altezza, cubatura, superficie
coperta, distanze, zone di rispetto, indici di fabbricabilità, limiti e rapporti per
zone territoriali omogenee e simili, non hanno carattere ablatorio, e sono
connaturali alla proprietà; soprattutto, sfuggono allo schema ablatorio i
vincoli di destinazione imposti dal piano regolatore per attrezzature e servizi
realizzabili anche ad iniziativa privata o promiscua, in regime di economia di
mercato, anche se accompagnati da strumenti di convenzionamento” (C.d.S,
IV, 26.8.2014, n. 4287).
In particolare, tale pronuncia, particolarmente pertinente al caso di specie, in
quanto resa con riferimento ad una controversia concernente la qualificazione
giuridica del comparto F del PRG del Comune di Lecce, ha affermato il
principio secondo il quale: “… la giurisprudenza amministrativa si è
soffermata sulla natura non espropriativa della destinazione sussumibile sotto
la lettera "F" e cioè la destinazione "ad attrezzature pubblico di interesse
collettivo … . In base a tali indirizzi della giurisprudenza si è allora affermato
che sono conformativi e al di fuori dello schema ablatorio- espropriativo (non
comportano indennizzo, non decadono al quinquennio, non sussiste un
dovere di ritipizzazione) i vincoli che importano una destinazione (anche di
contenuto specifico) realizzabile ad iniziativa privata, o promiscua pubblicoprivato
, che non comportano necessariamente espropriazione o interventi ad
esclusiva iniziativa pubblica e quindi siano attuabili anche dal soggetto
privato, senza ablazione del bene” (C.d.S, IV, n. 4287/14 cit.).
Alla luce di tale condiviso orientamento giurisprudenziale, reputa il Collegio
che il vincolo di cui al comparto “F” non abbia natura ablatoria ma
conformativa, con la conseguenza che esso sfugge al regime delle “zone
bianche” ipotizzato dalla ricorrente.
A ciò aggiungasi che l’area in esame è stata inserita nel Piano delle alienazioni
e valorizzazioni immobiliari del Comune di Lecce, giusta DCC n. 76/14, con
la conseguenza che, non essendo essa più “… strumentale all’esercizio di
funzioni istituzionali” (art. 58 co. 1 d.l. n. 112/08, convertito in l. n. 133/08),
non permane più la riserva di scelta del Consiglio comunale, ex art. 88 NTA
del PRG, in ordine alla sua destinazione specifica, ben potendo quest’ultima
dipendere da una manifestazione di interesse in tal senso proveniente dal
privato, come appunto nel caso in esame.
19.3. Alla luce di tali considerazioni, i motivi sub I e IX sono infondati, e
devono pertanto essere rigettati.
20. Vanno parimenti rigettati i motivi sub VI e VII, con cui la ricorrente
deduce l’illegittimità della procedura di accorpamento attuata nel caso di
specie, per contrasto con le previsioni di cui all’art. 10 Reg. com. n. 18/12.
20.1. Sul punto, non può che ribadirsi ancora una volta l’errore di fondo da
cui muove la ricorrente: quello, cioè, di assumere a parametro di riferimento
previsioni normative (nella specie, l’art. 10 del Reg. com. n. 18/12) da
ritenersi inapplicabili nella misura in cui esse impongano limitazioni
all’apertura di nuovi esercizi commerciali non giustificati da esigenze di tutela
della salute, dei lavoratori, dell’ambiente, ecc. (art. 31 co. 2 d.l. n. 201/11).
E nel caso di specie, la lettura offerta dalla ricorrente della previsione di cui
all’art. 10 Reg. com. n. 18/12 (divieto di aprire nuove medie strutture di
vendita M2) stride chiaramente con la cennata disposizione statale (art. 31 co.
2 d.l. cit.), la qual cosa – in difetto di motivi imperativi di interesse generale
connessi alla tutela della salute, lavoratori, ecc, motivi giammai ipotizzati dalla
ricorrente – determina la sua inapplicabilità, a vantaggio della disposizione
statale.
20.2. A ciò aggiungasi altresì che, nella specie, è stata seguita la procedura di
cui al precedente articolo 9, il quale stabilisce (2° comma) che: “Nelle restanti
zone 3, 4, 5, 6, 7, 8 e 9 sono sempre concesse, fino al raggiungimento di una
superficie di vendita massima di 1.500 mq, le autorizzazioni all’ampliamento
di una media struttura di vendita mediante concentrazione o accorpamento di
esercizi di vendita operanti, obbligatoriamente da almeno tre anni, nella stessa
zona commerciale di insediamento, purché ricorrano i presupposti di
accorpamento e concentrazione di esercizi e purché sia mantenuto lo stesso
livello occupazionale degli esercizi commerciali concentrati o accorpati. …”.
In particolare, poiché tale previsione normativa parla genericamente di “…
autorizzazioni all’ampliamento”, senza ulteriori specificazioni, non
escludendo pertanto espressamente l’ampliamento da una struttura M1 ad
un’altra M2 (fermo restando il rispetto della superficie di vendita massima di
1.500 mq), reputa il Collegio che la sua lettura in chiave pro-concorrenziale
non può che consentire tale ampliamento, purché risultino rispettate, come
nel caso di specie, tutte le altre condizioni per l’accorpamento.
20.3. Alla luce di tali considerazioni, anche i motivi di gravame sub VI e VII
sono infondati, e devono pertanto essere rigettati.
21. Da ultimo, va rigettato il motivo di gravame sub XIII, in quanto
contenente censure meramente ripetitive di quelle già scrutinate – e rigettate –
in sede di esame dei precedenti motivi di gravame.
22. Conclusivamente, il ricorso e i motivi aggiunti sono infondati.
Ne consegue il loro rigetto.
23. Ricorrono giusti motivi, rappresentati dalla novità delle questioni
affrontate, per la compensazione delle spese di lite.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia Lecce - Sezione Prima,
definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, nonché
sui motivi aggiunti, li rigetta.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Lecce nella camera di consiglio del giorno 26 ottobre 2016 con
l'intervento dei magistrati:
Roberto Michele Palmieri, Presidente FF, Estensore
Jessica Bonetto, Referendario
Mario Gabriele Perpetuini, Referendario
IL PRESIDENTE, ESTENSORE
Roberto Michele Palmieri
IL SEGRETARIO