Se non l'hai mai fatto vuol dire che non si può fare!

letto 3083 voltepubblicato il 10/07/2009 - 13:55 nel blog di Laura Manconi

Dal blog dei segnalo questo video intervento di , direttore del quotidiano La Stampa, in occasione del Working Capital Camp di Torino.

Calabresi racconta, con grande efficacia, le dinamiche che in Italia bloccano le innovazioni e dà alcuni semplici consigli per proteggere le idee nuove e non rimanere intrappolati nelle sabbie mobili del "Se non l'hai mai fatto vuol dire che non si può fare".

11 commenti

Attilio A. Romita

Attilio A. Romita06/08/2009 - 11:17
...suggerire un cambiamento di punto di vista partendo dall'intervento di Calabresi. Danilo, tu parli di mancanza di entusiasmo e passione da parte delle persone della PA come se essere un Pubblico Amministratore fosse una missione e non un lavoro. Un operaio montatore piuttosto che un ragioniere o un operatore di call center o un impiegato di banca devono svolgere il loro lavoro con profitto e per questo sono pagati. Non credo che questi lavori siano entusiasmanti e pieni di passione! Un infermiere che assiste i malati nello svolgimento delle loro fuzioni fisiche non credo che sia un entusiasta. Ma tutti questi svolgono il loro lavoro e magari si inventano qualche piccolo cambiamento per ottenere lo stesso risultato con minore sforzo. Penso che siamo d'accordo che il lavoro è una cosa che deve essere fatta e che non si possano cercare scuse per lavori scarsamente entusiasmanti. Passiamo ora da chi "opera" a chi "comanda e coordina". Anche in questo caso è importante giudicare chi opera bene e chi opera male in funzione dei risultati e non vale la scusa che è colpa di dipendenti scarsi se un ufficio non funziona: il capo ha sempre torto perchè non è capace di far lavorare i suoi dipendenti cioè non è capace di premiare, punire, stimolare e reprimere, in una parola non è capace di fare il capo. Quale è la cura? Purtroppo non esiste un antibiotico ad effetto urto e quindi per raddrizzare questi comportamenti anche piccole misure in piccole dosi possono essere utili. Le faccine, una premialità 25-50-25, piccole innovazioni e, perchè no, punizioni possono aiutare. Se una cosa prima non era mai stata fatta forse è ora di tentarla, la parola "consuetudine" deve sparire, il capo, uno qualsiasi di tutta la scala gerarchica dal capo reparto al Direttore Generale, devono giustificare per iscritto la non accettazione di una prassi diversa. L'innovazione non è soltanto una chimerica soluzione 2.0 che poi diventerà 3.0.......n.0. L'innovazione non è una bacchetta magica, è fatta di piccoli passi dal basso e dall'alto. Per adesso, se devo essere sincero, la PA mi sembra la famosa fortezza del Desrto dei Tartari dove si attende un "attacco di Innovazione" che non verrà mai e, nel frattempoo ....se ne parla molto.
Danilo Cocco

Danilo Cocco06/08/2009 - 20:34
Se proprio proprio proprio devo essere sincero anche io, siamo daccordo sul "nel frattempo... se ne parla molto", Attilio. Ma se poi proprio proprio proprio proprio facciamo un sondaggio, scopriremmo che ad essere daccordo su questo saremmo la stragrande maggioranza. :) Poi, ognuno il lavoro se lo può vivere come vuole, e se per me essere un "pubblico amministratore" fosse una missione e un lavoro allo stesso tempo, non credo mi si possa o mi si debba condannare per questo. Se per qualcuno fosse "solo" un lavoro, io non biasimo nessuno e siamo daccordo sul fatto che se pure fosse "solo" un lavoro, il lavoro deve essere svolto con profitto, o meglio, con risultato. E' per questo che intendo l'innovazione come lo sforzo di portare all'interno della PA la cultura del lavoro per obbiettivi, del project management, della formazione continua, del team management, dell'analisi e della ottimizzazione dei processi, degli standard, dei benchmark, della customer satisfaction, degli SLA: perché sono strumenti per ottenere risultati migliori. Chiaro che poi la mia sia e resti una visione personale, condivisa o meno, condivisibile o meno. Immagino però che possiamo trovarci daccordo sul fatto che per passare dalle parole ai fatti la PA abbia bisogno di cervelli che vogliano funzionare, ognuno per quanto di propria competenza. In questa prospettiva, una forte propensione alla crescita, culturale e professionale, aiuta. Poi possiamo chiamarlo entusiasmo o missione o semplicemente voglia di fare bene il proprio lavoro, credo siano dettagli di poco conto. Oppure volevi stimolare una riflessione sul significato etico, sociale, culturale del lavoro ed io non me ne sono accorto? :)
Attilio A. Romita

Attilio A. Romita06/08/2009 - 23:46
Un primo punto d'accordo, mi sembra, lo abbiamo trovato: si parla troppo , perchè costa poco, e si fa poco, perchè è faticoso. Sul secondo punto forse dobbiamo intenderci: il lavoro principale del Pubblico Amministratore è di fare in modo che lo Stato funzioni bene e che tutti i cittadini, pubblici amministratori compresi, vivano meglio. Che poi esistano tra i Pubblici Amministratori, come in qualsiasi altra società, persone particolarmente illuminate che riescano a far funzionare meglio le cose è una fortuna che va sfruttata anche se "qualcosa non era mai sato fatto prima"! Allora forse occorre fare in modo che queste persone illuminate emergano ed agiscano, ma questo è il punto critico. Come si può uscire da questo guado? Tanti anni fa, prima che il dott. SPOCK ed i Montessoriani dicessero tutto ed il contrario di tutto riguardo i metodi educativi, circolavano due proverbi: "Mazze e panelle fanno i fili belle!"; e l'altro: "Chiacchere e tabattere 'e legno non fecero mai regno". Forse è ora di far ricircolare queste regole di saggezza antica anche nella PA che per troppo tempo ha vissuto di rendita. Forse è ora che premi e punizioni devono riavere corso legale. Forse è ora che "lavoro per obbiettivi, del project management, della formazione continua, del team management, dell'analisi e della ottimizzazione dei processi, degli standard, dei benchmark, della customer satisfaction, degli SLA"" divengano fatti e non accurate relazioni di avanzati tavoli di discussione: * lavoro per obbiettivi significa che chi raggiunge l'obbiettivo ha fatto il suo dovere e chi non lo raggiunge è un "fannullone" * Project management significa che ogni lavoro ha un suo iter tempificato e chi lo rispetta ha fatto il suo dovere e chi non lo rispetta è un "fannullone" * analisi e ottimizazzione dei processi significa definire le fasi di un lavoro e chi lo rispetta ................................. * Customer satisfaction è controllare che l'esito di una operazione sia rapido ed efficiete e chi lo rispetta ................................. * SLA significa che ogni operazione deve essere svolta nei modi e nei tempi previsti e chi lo rispetta ................................. Sicuramente l'innovazione dovrà contemplare tutte queste cose, ma questo è un obbligo non una eventualità. La FIAT ha ricominciato ha vendere macchine quando ha deciso nuovamente di costruire macchine buone. Se il "mulino bianco" produce biscotti scadenti, fallisce. Sono ormai troppi anni che la PA fornisce servizi scadenti e non fallisce, ma aumenta il debito pubblico e prima o poi, quando lo stellone si stancherà, fallirà l'Italia. Non voglio parlare di etica astratta, ma di soldoni che se ne vanno.
Danilo Cocco

Danilo Cocco07/08/2009 - 08:29
Che l'innovazione debba contemplare tutti i concetti che io ho solo accennato e tu hai cercato di esplicitare implica, come più volte ho cercato di dire e non da solo, cambiamenti di cultura manageriale. Usiamo un condizionale: dovrebbe essere un obbligo, questo cambio di cultura, ma allo stato delle cose non lo è; purtroppo, stiamo parlando di prerequisiti necessari e non eventuali, ed equilibrio vorrebbe che insieme all'istituzione o ridefinizione di sistemi incentivanti e premianti si definissero universalmente i parametri oggettivi per misurare chi fannullisce e dove (bla bla bla significa che bla bla bla e chi non lo rispetta...). Questo squilibrio è tangibile, e di questo io mi lamento. Pretendo quindi che prima di affermare che Tizio fannullisce e Caio è efficiente e proattivo, si eseguano delle misurazioni attendibili. Credo di poter affermare che sia mio diritto pretendere questo, da cittadino e da dipendente. Ben venga, quindi, la pubblicazione sui siti internet delle varie amministrazioni di tutti gli indicatori utili a valutare, dall'esterno, l'efficienza della macchina: non vedo l'ora di vederla attuata, questa piccola innovazione, perché permetterà di eseguire delle comparazioni. Devo però rilevare che, se la mentalità diffusa resterà quella che presta fede più ai luoghi comuni che al buonsenso, se gli indicatori di un comune saranno migliori di quelli di un altro comune le responsabilità di questo fanalino di coda non sarà individuata in capo ai politici che non hanno saputo dare i giusti obbiettivi ai dirigenti o alle figure apicali e pretenderne il raggiungimento, ma in capo ai soliti dipendenti fannulloni. Questo permetterà di lasciare le cose come stanno, quindi che di innovazione, o di cultura del management, si continui giusto a parlare, e nella mia presunzione immagino che non sia quello che vuoi, Attilio, così come non è ciò che voglio io. Partendo da questa piccola, e spero perdonabile, presunzione, sono portato a credere che i punti di accordo siano molti più di uno, e se faccio un po' di sforzo di memoria trovo anche un conforto alla mia ipotesi. Buona giornata e buon lavoro a tutti.
Attilio A. Romita

Attilio A. Romita07/08/2009 - 09:16
Mi pare che siamo d'accordo a dire che una ...certa inefficenza diffusa pervade la PA. Le cause sono state tante ed una loro analisi dettagliata forse ci farebbe perdere altro trempo con scarsi risultati. Tutti gli strumenti di cura che indichi sono una perfetta analisi e sintesi di quello che servirebbe fare, ma, secondo me, innestano un ciclo di discussione lunghissimo cercando di definire, come di norma avviene, la lunghezza di un pelo nell'uovo e la determinazione del sesso degli angeli. Penso che prima di definire l'altezza e la composizione di un prato all'inglese occorre disboscare pesantemante. Invece di cercare una perfetta soluzione al 100%, cerchiamo una soluzione allo 80%, sicuramente faremo qualche errore e qualche "innocente" sarà colpito, ma una testa di ponte sarà gettata. Ti indico qualche esempio, che mi sembra di aver fatto anche in altra sede. TASSE ed Operatori Tributari: Abbiamo una enorme evasione/elusione fiscale che potrebbe emergere se invece di sprecare operatività per perseguire piccoli errori sul "740" si usassero gli elaboratori per incrociare tutti i dati che sono in possesso delle Amministrazioni Pubbliche, eventualmente punendo le Amministrazioni che non vogliono mettere in comune i dati e "fregandosene" della privacy, un inutice sovrastruttura che praticamente non protegge nessuno. GIUSTIZIA: In Italia praticamente non esiste, ma non perchè i Giudici prendono decisioni sbaglaite, ma perchè passano il tempo a perseguire loro personali teoremi e tralasciano tutto il resto. E' di ieri la notizia di una PM Milanese, la magistrato Forleo, che ha accomulato migliaia di ritardi per seguire un suo filone d'indagine. E questo è un esempio eclatante, ma mille altri ce ne sono. Giudici di Pace: sono stati creati per gestire problemi minori, ma non riescono a lavorare perchè intasati da miglia di casi legati per una certa parte ad una nostra diffusa cultura "del provarci", ma anche a molti errori, strafalcioni, procedure inesatte che ci affliggono con mille multe sbagliate. Facciamo una statistica di questi errori e addebitiamo i costi a chi li ha fatti: non all'ente, ma direttamente alle persone. Uffici pubblici in genere: è stato codificato il silenzio assenzo per giustificare una incapacità delle amministrazioni ad essere tempestive. Facciamo una statistica e puniamo direttamente. ....e così via. Ma no, discutiamo su parametri, indicatori, bizantinismi, formule criptiche e ....tiremm' innanz! Sono un "facilone", ebbene SI!!!!!
Danilo Cocco

Danilo Cocco07/08/2009 - 17:01
Credevo che una cultura diversa potesse pervadere il Paese, ma a leggerti non la ritrovo, con mio enorme rammarico. Noi siamo qui per discutere, non è in nostro potere legiferare né regolamentare alcunché. Le nostre discussioni possono innescare processi virtuosi oppure no, essere utili o inutili, portare a iniziative lodevoli o futili. Le decisioni, quelle che hanno un impatto sulla collettività, si prendono in altra sede. Noi, con le nostre discussioni, possiamo essere parte di un meccanismo democratico di stimolo al potere decisionale; possiamo, dipende dalla bontà delle nostre argomentazioni e dalla capacità di coagulazione e iniziativa che siamo in grado di rappresentare. Le tue opinioni, in questo contesto, sono rispettabilissime quanto le mie, ed io infatti le contraddico nel merito così come si conviene in un processo democratico di formazione della volontà di un soggetto collettivo quale questo dovrebbe essere. Non mi risulta abbia altri poteri se non questi, questo soggetto. Allora trovo corretto che ci sia chi preme, come fai tu, per arrivare ad una sintesi che permetta di passare dalla discussione all'azione; ciò che proprio non vorrei è che per eliminare una ingiustizia se ne commettessero altre; così, se dal tuo punto di vista gli "effetti collaterali" sono il male minore, io continuo a ritenere che se una battaglia per l'Innovazione si deve fare valga la pena farla per avere una PA migliore che ci permetta di vivere in un Paese migliore: questo per me poi significa anche avere un mondo migliore, ma è una mia piccola idea da piccolo sognatore. Ma nessun paese è migliore se combatte una ingiustizia (ed avere un servizio pubblico carente e/o inefficiente è una ingiustizia) con altre ingiustizie. Hai detto, altrove qui sopra, di essere un talebano tecnico. Da talebano tecnico a talebano tecnico, allora, voglio dirti che in una ottica puramente aziendalista risolvere un problema creandone un altro, anche se minore, può essere forse una prassi efficace; del resto, un problema minore da risolvere potrebbe anche essere un onere che spetterà a qualcun altro, ed ho vissuto abbastanza nel mondo del lavoro da vedere applicate anche di queste logiche. In un'altra logica, quella per approssimazione, risolvere un problema grande creandone uno medio, poi uno medio creandone uno piccolo, poi uno piccolo creandone uno piccolissimo, può forse essere una strategia apprezzabile: stiamo sempre salvaguardando l'interesse di molti a discapito dell'interesse di pochi (si fa per dire); qui però non discutiamo né di profitto, né di interesse: se l'argomento diventa l'ingiustizia, discorsi di questo genere per me non hanno più alcun valore e devono essere messi da parte perché le tutte le soluzioni diventano false soluzioni: pannicelli caldi, appunto. Concludo (e concludo davvero anche quello che comincia a sembrarmi un duello all'ok corral tra le tue opinioni e le mie, mi pare che abbiamo scritto abbastanza da aver capito su quali barricate ci troviamo) con la speranza che le mie idee non siano in minoranza, qui come altrove. Se poi malauguratamente (per me) lo fossero, allora sia fatta la volontà della maggioranza. Sono un democratico convinto.
Attilio A. Romita

Attilio A. Romita07/08/2009 - 21:12
Penso che, come dici tu, abbiamo sviscerato abbastanza il problema con alterni accordi e disaccordi, ma sicuramente con l'ottica di trovare una soluzione condivisa. Sicuramente, purtroppo e fortunatamente abitiamo in un paese democtaico e noi, almeno per il momento, possiamo solo piantare un seme, far germinare una pianticella ed un frutto da cui trarre altri semi sino a che il campo tutto sia seminato. Penso che la frequenza in questo sito proprio per creare, curare e far crescere idee che migliorino la nostra vita di cittadini. Due anni fa in un mio intevento sul sito di ForumPA ricordavo la favola del RE NUDO ( se non la ricordi posso raccontartela) e dicevo che, meglio prima che poi, arriverà, come nella favola un bimbo che si accorgerà che l'abito più bello del mondo, che un sarto truffaldino aveva confezionato per un Re sciocco, era solo aria ed esclamerà: "Ma il Re è nudo". Il paragone con questa nostra PA che parla tanto è fa poco mi sembra facile. Ti scrivo questo non per aver l'ultima parola, ma per cercare di stabilire un piano di azione per risvegliare il processo di innovazione che per adesso è solo una parola. Spero di conoscerti di persona e di poter continuare questa azione di risveglio. Ciao e grazie per la pazienza con la quale hai "conbattuto" contro un vecchio talebano logorroico. A settembre!
Davide D'Amico

Davide D'Amico20/07/2009 - 13:10
Il racconto è molto carino e coinvolgente, in realtà il secondo progetto di cui parla Calabresi è una attività più o meno complessa che rientra nel progetto stesso e che si chiama "gestione del cambiamento", che molti sottovalutano e che invece è il "core" di ogni progetto complesso e ciò che può pregiudicarne il successo. D.D.
Attilio A. Romita

Attilio A. Romita21/07/2009 - 21:31
La gestione del cambiamento è una metodica corretta, utile anzi obbligatoria per tutti i progetti di qualsiasi natura e complessità. Nel caso della PA, e quindi nell'esempio di Calabresi, occorrerebbe inventare una metodica nuova: la gestione del differimento metodico consolidato altrimenti detta: "fai dopodomani quello che rischi di dover fare domani" ma soprattutto "giustifcalo con un mare di parole che valgono di più se non c'entranoa assolutamente con il progetto". AAR
Attilio A. Romita

Attilio A. Romita18/07/2009 - 16:32
Una bella lezione di innovazione, tragicamente reale nella ricerca di una cura contro i fiumi di parole che affossano le buone idee, contro la paura di prendere una responsabilità, contro il "passa oggi e viene domani" che non deve essere turbato, contro coloro capaci solo di guardare indietro. Personalmente non condivido tutte le posizioni di Calabresi, ma per questo intervento si dovrebbe fargli un monumento ed moltissimi della PA dovrebbero essere condannati a trascriverlo 1000 volte in bella grafia. Propongo di aprire un "tavolo" di discussione così ci sentiremo tutti innovatori perchè discutiamo di innovazione ....ed il tempo passa!!
Danilo Cocco

Danilo Cocco11/07/2009 - 22:47
... e grande entusiasmo. Forse il frutto della passione che si mette nel proprio lavoro? Di certo in tanta parte della PA questa passione manca, un po' perché forse non c'è mai stata o un po' perché se c'è stata è stata abbondantemente frustrata. Voler fare innovazione di sicuro significa approcciare la sfida con entusiasmo e passione, e ben vengano tutti gli interventi di questo tenore perché aiutano a non sentirsi soli. Soli a credere che la "cura" non sia la suddivisione del personale in fasce 25-50-25 per cento del personale con logiche premiali inefficaci perché lontane dalla natura dei problemi. Grazie, Laura, ho speso bene dieci minuti del mio tempo.