La Francia “rilancia” con il salario minimo

letto 2281 voltepubblicato il 04/07/2012 - 15:49 nel blog di pierpaolo bagnasco, in Servizi per l'Impiego

 Dal 1 luglio 2012 la retribuzione lorda mensile di circa 2,5 milioni di lavoratori francesi è passata da 1.398,37 euro  a 1.425,67 euro, con un incremento medio netto di 21,5 euro.

L’ampia platea di destinatari (parliamo di un lavoratore su dieci), è rappresentata da tutti coloro che percepiscono il salario minimo, lo SMIC (salario minimo interprofessionale di crescita), e che è appunto la retribuzione minima oraria che i tutti i datori di lavoro, compreso lo stato, devono corrispondere.

La misura che si colloca nell’ambito delle iniziative di sostegno ai redditi più bassi anche con lo scopo di rilanciare i consumi interni ha, come ipotizzabile, suscitato alcune critiche, sia sul fronte sindacale che da parte del mondo imprenditoriale.

I sindacati hanno infatti ritenuto l’aumento non soddisfacente avendo confidato in un incremento delle retribuzioni almeno del 4% (tra l’altro il provvedimento anticipa inglobandolo l’aumento previsto per fine anno); gli imprenditori, dal loro canto, avrebbero auspicato una maggiorazione degli stipendi contenuto entro il tasso d’inflazione che per fine anno è previsto nella misura dell’1,4%, aggiungendo che la via maestra è sempre quella di abbassamento della tassazione del lavoro (affermazione tanto vera e comune anche ad altre nazioni quanto di difficile realizzazione almeno nel breve periodo).

Al di là dell’aspetto strettamente politico dell’operazione connesso alla riconferma del consenso da parte del neo eletto Presidente Hollande, le conseguenze del provvedimento possono anticiparsi sotto diverse angolazioni ma, probabilmente, nessuna particolarmente positiva.

L’aumento infatti, per la sua modesta entità, rischia di tradursi in un beneficio quasi impalpabile per i suoi destinatari e dunque scarsamente in grado di incidere sui consumi, aggravando di contro i costi del lavoro a scapito della competitività, con l’ulteriore rischio di perdita di posti di lavoro.

Allora, nonostante certi allarmismi possono sembrare eccessivi, non si può non riflettere non tanto sulla valenza in generale della scelta di una politica del lavoro che privilegia il sostegno dei redditi ma sulle concrete modalità di attuazione della stessa e che portano a dire che l’intervento di Hollande si connota di una certa “timidezza”, avendo scelto una via di compromesso, che rischia di frustrare gli scopi che ci si era prefissi e che non accontenta nessuno.