Sanità: due miliardi di euro all'anno da recuperare dagli sprechi

letto 1489 voltepubblicato il 29/06/2014 - 11:34 nel blog di Rita Pastore, in Osservatorio Spending Review

La Corte dei Conti nell’ultimo rapporto sul “Coordinamento della finanza pubblica” ( ) ha osservato che sono stati fatti dei progressi in Italia per quanto riguarda il contenimento dei costi sanitari. Infatti nel 2013 la spesa complessiva è stata di 109 miliardi di euro, rispetto alle previsioni di circa 111 miliardi contenuta nel Documento di Economia e Finanza 2013. L’avvio da parte del Ministero della Salute del monitoraggio dei dispositivi acquistati dal SSN può sicuramente stimolare ulteriormente la razionalizzazione dei costi e un aumento dell’efficienza; e anche l’utilizzo dei “prezzi di riferimento” negli appalti di beni e servizi sono uno strumento utile per gli obiettivi di spending review.
Ad esempio, l’ultima rilevazione effettuata dall’Avcp nel 2012 ha evidenziato notevoli differenze di costo tra regioni per dispositivi medici, materiali di consumo e servizi: una protesi d’anca può costare anche 10 volte di più in una Regione rispetto a un’altra, o da un ospedale a un altro.
Questi dati sono confermati anche da un recente studio pubblicato dall’Alta Scuola di Economia e Mangement dei Sistemi Sanitari (Altems) dell’Università Cattolica di Roma e dal Gruppo Economic Evaluation, HTA & Corruption in Health del CEIS dell’Università di Tor Vergata.
Sono stati analizzati i conti economici del 2010 di tutte le Asl e aziende ospedaliere di ogni Regione. E’ emerso che alcune voci di costo non propriamente sanitarie -  lavanderia, pulizie, mensa, smaltimento rifiuti, utenze telefoniche, spese legali, elaborazione dati, premi assicurativi – hanno un’incidenza di costo superiore a quanto ci si aspetterebbe, soprattutto se correlate al peso che hanno sull’intera spesa sanitaria pubblica. Gli studiosi hanno valutato la variabilità di queste voci, in relazione a parametri quali la popolazione residente (per le Asl), il numero dei dimessi e le giornate di degenza (per le aziende ospedaliere). E’ stato rilevato che la variabilità dei costi è alta sia in termini di macroaggregato (“Beni e servizi”) sia per specifiche voci, e anche all’interno di ciascuna Regione vi è una differenza notevole di costi per ogni voce.
La considerazione che emerge è che se si riducesse di un quarto la variabilità riscontrata, i risparmi potenziali generati alle otto voci di spesa esaminate sarebbero pari a circa due miliardi all’anno: 900 milioni per le Asl e altri 964 milioni per le aziende ospedaliere.
Dallo studio viene rilevato che, ad esempio, per lo smaltimento di rifiuti hanno speso meno le Asl della Lombardia, mentre quelle di Abruzzo e Sardegna hanno speso di più. Se invece si confronta la spesa per lo smaltimento dei rifiuti tra le aziende ospedaliere, i valori più bassi si sono registrati in Calabria; quelli più alti nel Lazio, Regione che presenta più di tutte una netta variabilità “interna” tra le ASL. La ricerca fornisce comunque uno strumento per analizzare il fenomeno: partendo dai dati rilevati, ciascuna struttura sanitaria può studiare la variabilità per capire a cosa è dovuta, e se tutte le aziende avessero indicatori standard per misurare anche la qualità dei servizi, la valutazione sarebbe più precisa e le strategie di recupero dell’efficienza più semplici da adottare.
Tali considerazioni sono state confermate anche del recente rapporto, elaborato su dati 2013, dell’Osservatorio sul federalismo del Tribunale dei diritti del malato-Cittadinanzattiva. Il rapporto afferma che  anche le Centrali di acquisto già pienamente operative  in alcune Regioni potrebbero ancora perfezionare l’aggregazione della domanda per alcuni beni e servizi. Per esempio, nessuna delle otto centrali esaminate (Arca-Lombardia, Intercent-Emilia Romagna, SCR-Piemonte, Estav nord ovest Toscana, SUA-Calabria, Abruzzo, Sicilia, SORESA-Campania) prevedeva nel 2013 gare centralizzate per lo smaltimento dei rifiuti ospedalieri.
Trasferire anche alle altre Regioni queste buone prassi può essere una strategia vincente, ma anche solo far lavorare in rete tra loro le centrali che hanno già esperienze consolidate, senza limitare l’autonomia regionale, organizzando strutture, professionalità e organizzazione potrebbe essere una soluzione fattibile in tempi rapidi.
Nel 2013, poi, sono stati applicati per la prima volta i costi standard in sanità, che hanno segnato il passaggio da un modello di riparto delle risorse del Fondo sanitario nazionale tra le Regioni basato sul numero di abitanti a un sistema che prende come riferimento la spesa delle Regioni che sono state un grado di coniugare erogazione delle prestazioni e bilanci in pareggio.
A fine 2013 la Conferenza Stato Regioni ha individuato le tre Regioni più efficienti: Emilia Romagna, Umbria e Veneto; sebbene secondo la Corte dei Conti, il primo anno di sperimentazione dei costi standard non abbia apportato cambiamenti sostanziali nelle prassi sanitarie delle Regioni, rispetto al passato, in materia di definizione dei fabbisogni sanitari regionali. In pratica, ad oggi, il modello delle “regioni di riferimento” per il confronto ha avuto effetti solo per quanto riguarda il riparto dei fondi, ma non è riuscito ad porre rimedio alle sacche di inefficienza.