LA BREXIT E IL FUTURO DELL'EUROPA

letto 1871 voltepubblicato il 08/07/2016 - 13:03 nel blog di Alfredo Amodeo

Il voto del 23 giugno 2016 sul distacco tra Regno Unito e Unione europea segnerà certamente una traccia indelebile nella nostra storia. Nel caos politico, economico e finanziario dell’immediato post , la voglia di imitare gli Inglesi si è diffusa a macchia d’olio e in tanti Paesi, Francia e Olanda su tutti, i partiti euroscettici sono già in movimento. Oggi chi vuole la fine dell’Unione ha, quindi, più argomenti rispetto a chi, e ne auspica il rilancio. Per questo in un contesto drammatico, in cui ogni consultazione elettorale rischia di trasformarsi in un referendum sull’Europea, sfatare certi falsi miti rappresenta una sfida cruciale. Da questo assunto parte il nuovo libro di . L’autore analizza in modo chiaro e lucido, offrendo dati e ragionamenti, le acque agitate in cui l’Europa sta navigando e con le quali ogni cittadino europeo deve fare i conti. Il punto infatti è proprio questo: al di là di tecnicismi e complicate procedure economico-finanziarie, nessuno può sentirsi chiamato fuori da ciò che sta accadendo in Europa perché tutto ha un'influenza diretta sulle nostre vite. In primo luogo il saggio dimostra chiaramente che, a dispetto di quanto pensano in molti, solo la costruzione europea, nonostante i suoi mille problemi, è in grado di affrontare le sfide dell’economia e dell’inclusione sociale. Gli europei sono oggi il 7% della popolazione mondiale, producono il 25% del PIL totale e consumano il 50% del welfare planetario. Viviamo in un contesto di benessere rispetto al resto del mondo ma, andando ognuno per la sua strada, saremmo troppo piccoli e politicamente irrilevanti per sopravvivere nel flusso della competizione globale. L’autore su tutti affronta tre luoghi comuni l'immigrazione, i paesi che guadagnerebbero con le politiche della Bce e i costi dell’adesione comunitaria.

Per quanto riguarda i flussi migratori, viene sottolineato che non siamo affatto di fronte a un’invasione, sebbene Germania, Francia e altri quattro paesi del Nord vorrebbero un’ulteriore sospensione dell’accordo di Schengen. Secondo i rapporti delle Nazioni Unite, raccolti nei , i flussi migratori in Europa dal 2000 al 2010 sono stati di 1.2 milioni di persone per anno. Il che fa lo 0,2% su 500 milioni di abitanti. Una cosa affrontabile, visto che negli Stati Uniti ne sono arrivati nello stesso periodo 1 milione. In media tra il 2000 e il 2015, ognuno tra Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Spagna ha accolto tra i 100 e i 200.000 profughi. Solo l’anno scorso c’è stato un picco di circa un milione di ingressi nei Lander tedeschi, amplificato dal fatto che il piano di ricollocamento tra i paesi stabilito dalla Commissione Juncker per ora è un fallimento. Ma anche in Italia vanno smontati dei luoghi comuni. Nel nostro paese, a fronte dei 3 miliardi di costi per gestire l'emergenza profughi, i benefici derivanti dal flusso migratorio sono rilevanti. Nel 2014 i contributi INPS versati da lavoratori extracomunitari ammontavano a circa 8 miliardi a fronte di prestazioni pensionistiche pari a circa 642 milioni e non pensionistiche (cassa integrazione, disoccupazione, malattia, maternità, assegni nucleo familiare) pari a 2.420 miliardi, con un saldo positivo quindi di circa 4.5 miliardi di euro. Anche a livello fiscale l’apporto finanziario degli immigrati regolari e integrati nel tessuto sociale e produttivo è positivo. I contribuenti stranieri hanno dichiarato nel 2014 redditi per 45.6 miliardi, versando 6.8 miliardi di IRPEF.

Anche sugli effetti del della BCE, il programma di acquisto titoli dell’istituto di Francoforte per sostenere l’economia, viene smontato il mito che vuole l’Italia principale beneficiario della misura. Confrontando le variabili fotografate nel primo mese del 2015 (anno del varo del Qe) con le ultime disponibili, sempre dello stesso anno, si dimostra che è invece la Germania ad aver goduto di più dalla politica monetaria di Francoforte. Il PIL tedesco è infatti aumentato dal +1,4% di inizio anno al +1,7% (dato di fine settembre), il debito pubblico è diminuito dal 74,3% del PIL al 71,9% (fine 2014 su fine 2015), la disoccupazione è a livelli americani (è scesa in un anno di QE dal 6,5% al 6,3%) e le esportazioni hanno registrato un boom: da un saldo attivo di 90 miliardi si è passati a 106 miliardi di euro.

Il saggio fa anche il punto su chi spende di più e chi ha guadagnato di più dalla partecipazione all’Unione. Ogni tedesco ha speso 1.034 euro per l’Europa, gli italiani si sono fermati a 623 pro-capite, mentre gli spagnoli hanno ricevuto a testa 335 euro, i polacchi 1.522, i portoghesi 2.100, la Grecia 2.960 euro netti a cittadino ellenico. Passando invece alla ripartizione delle risorse strutturali comunitarie, si scopre che cresce la percentuale di denaro spettante all'Europa centro-orientale (177,57 a 180,93 miliardi, +2,6%) rispetto a quella dell'Europa occidentale (169 miliardi a 140 attuali, -16%). Dunque proprio nei paesi dell’Europa dell’Est, dove si erigono nuovi muri contro i migranti, i trasferimenti strutturali comunitari sono diventati sempre più rilevanti, pesando ormai tra il 2 e il 3% del PIL e superando spesso gli investimenti diretti esteri.

Nessuno ancora sa con precisione cosa comporterà la BREXIT da qui a due anni, ma d’altro canto secondo Sommella la confusione e lo scompiglio sono aspetti strutturali di un’Europa che l’autore definisce “terra di mezzo”, in cui è mancata una visione d’insieme capace di affrontare le complessità degli ultimi anni, dalla crisi economica al terrorismo. Per stoppare contrastare le paure, i populismi e i rigurgiti di vecchi muri, servirebbero invece risposte coraggiose come ad esempio l’indizione di una Conferenza che abbia all’ordine del giorno tre compiti: la redazione di una Costituzione Europea, il rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo, la riforma della legge elettorale con espressa scelta del Presidente della Commissione da parte dei cittadini. Solo così si riuscirebbe a passare dall’attuale Confederazione a una vera Federazione di stati. Non una ricetta facile, certo, ma forse l’unica da seguire per evitare il naufragio di questa barca preziosa ma malandata.