Italia, un futuro demografico assai incerto

letto 1280 voltepubblicato il 06/05/2017 - 17:00 nel blog di Alfredo Amodeo

L’ ha pubblicato da poco , un report sulle prospettive demografiche del nostro Paese. Secondo l’istituto di statistica, gli italiani saranno sempre meno, sempre più anziani e sempre più longevi. Innanzitutto l’Italia, che attualmente conta una popolazione di 60,7 milioni, conoscerà un decremento della popolazione: già nel 2025 è prevista una perdita di 2,1 milioni. Nel 2045 la popolazione dovrebbe scendere, invece, a 58,6 milioni, per toccare i 53,7 nel 2065: sostanzialmente, nel giro di una cinquantina di anni, il nostro paese dovrebbe vedere un saldo demografico negativo di circa 7 milioni di abitanti. Esaminando l’età media della popolazione, sempre nel 2065, questa dovrebbe passare da 44,7 anni a oltre 50. La durata media della vita toccherebbe 86,1 anni per gli uomini e 90,2 per le donne (oggi è rispettivamente di 80,1 e 84,6). Il picco di invecchiamento dovrebbe colpire l’Italia nel quinquennio 2045-50, quando i nati nel baby boom (1961-1975) passeranno dalla tarda età attiva a quella senile: in questo periodo, il 34% della popolazione sarà composto da ultrasessantacinquenni. Così come in tanti altri aspetti, anche nell’ambito demografico dovremmo assistere al consolidamento di una netta frattura tra Nord e il Sud del Paese, rappresentata da un evidente spostamento del peso della popolazione tra le due aree territoriali. Il report, infatti, evidenzia come nel 2065 il 71% della popolazione residente dovrebbe concentrersi nel Centro – Nord (oggi 66%) contro il 29% del Mezzogiorno (oggi 34%). Con una distinzione importante: mentre nel Mezzogiorno il calo di popolazione si manifesterebbe lungo l’intero periodo considerato, nel Centro-nord il progressivo declino partirebbe soltanto nel 2045.

Ma quali sarebbero i fattori che incideranno maggiormente sul saldo naturale della popolazione? Innanzitutto ad incidere dovrebbe essere lo sbilanciamento nel rapporto tra nuovi nati e decessi. I secondi, infatti, continueranno a presentare numeri superiori rispetto ai primi, oscillando tra le 200mila e le 400mila unità ed annullando, in questo modo, la pur lieve dinamica positiva prevista per la fecondità che passerebbe da 1,34 a 1,59 figli per donna nel corso dell’intero periodo previsto . Il saldo naturale della popolazione dovrebbe, invece, trarre parziale sollievo dalle migrazioni. second l’ISTAT  l’effetto addizionale dovrebbe essere quantificato intorno a 2,5 milioni di residenti aggiuntivi. In particolare, nello scenario mediano si assume una quota annua di immigrati dall’estero che si manterrà a lungo poco sotto il livello delle 300 mila unità per poi gradualmente scendere fino al livello delle 270mila unità per anno entro il 2065. Secondo questa ipotesi si prevede che nell’intervallo temporale fino al 2065 immigrino complessivamente in Italia 14,4 milioni d’individui. Questo a fronte di un flusso verso l’estero che dopo una prima fase di lieve diminuzione, da 157 a 132mila, nel periodo tra il 2016 e il 2035, andrà stabilizzandosi dal 2035 intorno a un valore medio di 130mila persone all'anno. In totale sarebbero 6,7 milioni gli emigrati dall’Italia nell’intero nel periodo.

Come mette in evidenza anche questo ultimo report ISTAT, la crisi demografica italiana sembra, quindi, legata molto a fattori strutturali all’interno di in una dinamica che tende ad autoalimentarsi. E’ possibile invertire questa tendenza? Si potrebbe, ma le generazioni future dovrebbero fare molti più figli delle attuali. Da questo punto di vista, solo un mix di politiche fiscali in senso favorevole alle famiglie con figli oltre a politiche di servizi per la conciliazione e la parità di genere potrebbe contribuire ad invertire queste dinamiche. Purtroppo negli anni passati il nostro paese ha visto solo il susseguirsi di interventi molto parziali, oltreché transitori, tanto meno si intravedono all'orizzonte cambiamenti radicali. In questo campo siamo molto indietro rispetto ad altri Paesi come , ad esempio, che persegue da sempre queste politiche. Politiche portate avanti con continuità da tutti i governi succedutisi negli anni, anche se di differente orientamento politico: già adesso la Francia presenta una proporzione di ultrasessantacinquenni di oltre 4 punti più bassa della nostra, mentre le nascite annuali (con una popolazione poco più numerosa) sono superiori di oltre il 60% a quelle italiane. Come si può ben immagginare, infatti, queste politiche sono costose e non hanno un impatto immediato sul consenso. I tempi della demografia sono, invece, assai più lunghi di assai brevi della politica italiana.