WeWorld Index 2017: minori e donne tra inclusione ed esclusione in 102 paesi

letto 1226 voltepubblicato il 22/05/2017 - 10:49 nel blog di Alfredo Amodeo

E’ stato presentato nelle scorse settimane la terza edizione del We World Index 2017, promosso dall’ONG WeWorld. Il WeWorld Index è uno studio comparativo, focalizzato sull’analisi del livello di inclusione di donne e minori in 170 Paesi. Gli studi sullo sviluppo e la diffusione dei diritti umani sono oramai diffusissimi, tuttavia il We World Index offre un punto di vista originale grazie ad una metodologia di analisi che, da un lato, si rileva come meno centrata sui soli indicatori economici, dall’altro, più attenta al nesso tra contesto sociopolitico, diritti e condizioni di vita delle fasce più a rischio. A questo scopo

sono quindi esaminati indicatori (nel compleso 34) come l’ambiente e le violenze di genere, l’istruzione e la salute, l’accesso all’informazione e la presenza o meno di conflitti armati, le opportunità economiche e lavorative e il livello di democrazia e di sicurezza. Ma si va anche più in profondità, ad esempio, tenedo conto del numero dei collegamenti Internet disponibili, della percentuale di popolazione che ha accesso all’acqua potabile o ai servizi igienico sanitari, dell’indice di corruzione e di quello degli omicidi. E ancora del gap di genere e di quello generazionale, del tasso di mortalità infantile e di alfabetizzazione degli adulti.

La classifica 2017 si suddivide in cinque sezioni con al primo posto la Norvegia (+114) e all’ultimo la Repubblica Centrafricana (-151). I dati presentati mettono in luce come nel mondo, a fronte di un 5% di donne e minori che vive in Paesi che assicurano livelli accettabili di insclusione, vi è un 38% (circa 2 miliardi) che vive in paesi dove non viene assicurato un livello di vita dignitoso. Questa popolazione tra il 2016 e il 2017 è aumentata di 22 milioni (pari a mezzo punto percentuale) e si prevede che, con il ritmo attuale, debba aumentare entro il 2030 di altri 286 milioni. Naturalmente l’Africa Sub-Sahariana e l’Asia Meridionale continuano ad essere le aree geografiche più critiche: conflitti interni ai singoli paesi, terrorismo, regimi autoritari costringono donne e minori a quegli esodi di massa che sono quotidianamente sotto i nostri occhi. Al tempo stesso, in quei paesi che vivono una condizione di maggiore stabilità, la crescita economica non è ancora riuscita a produrre effetti positivi di ridistribuzione del reddito. La salute materno-infantile, soprattutto nell’Africa sub-sahariana, viene ritenuta tra gli ambiti sui quali intervenire più urgentemente. Secondo il rapporto ogni giorno 830 donne muoiono per cause legate al parto e alla gravidanza, fenomeno che, nella maggior parte dei casi, potrebbe essere prevenuto con semplici screening prenatali. Nel 2015 circa 6 milioni di bambini e bambine sono morti per cause prevedibili o facilmente risolvibili, quali nascita prematura, polmonite, complicazioni nel parto, diarrea. A fronte di tutto ciò viene stimato che la riduzione della mortalità materna e infantile possa avere un grande impatto anche in termini economici: come confermato già da altri studi, infatti, 1 dollaro investito in interventi per la nutrizione delle donne in gravidanza e per i bambini avrebbe un ritorno economico di circa 16 dollari.

Se i Paesi europei sono, nel complesso, quelli che meglio garantiscono le pari opportunità e i diritti fondamentali in ambito educativo, politico e sanitario, ciò avviene, tuttavia, in maniera estremamente frammentata. Nei Paesi ai primi posti nel WeWorld Index 2017 (Norvegia, Islanda, Svezia, Finlandia e Lussemburgo), l’inclusione di bambine e bambini va di pari passo con quella delle donne, nell’Europa meridionale ed ancor di più in quella Orientale, questo non accade. In diversi Paesi (Francia, Spagna, Italia, Germania) la parità di genere non fa progressi, mentre la qualità di vita dei minori subisce un peggioramento. Ad esempo sono calcolati in 23 milioni i bambini in povertà, 26 milioni gli under 18 anni a rischio di povertà o esclusione sociale, mentre solo il 55% delle donne con tre o più figli avrebbe un lavoro. Tirando le somme la questione dell’inclusione dei giovani europei (autoctoni e non) si profila come la sfida più rilevante per i paesi europei nei prossimi anni.

Venendo al nostro paese, questo registra, a livello globale, una prestazione sufficiente. Si posiziona, infatti, 21° scivolando di tre posizioni rispetto alla precedente rilevazione ma mantenendo lo stesso punteggio: la retrocessione sarebbe, quindi, dovuta non tanto a un peggioramento ma al progresso di altre realtà, oltre a un numero maggiore di Paesi considerati. Guardando nel dettaglio si registrano timidi segnali di miglioramento per quanto riguarda la parità di genere, in ragione di un lieve incremento del reddito. Non vi sono, tuttavia, sostanziali cambiamenti rispetto al fatto che le donne siano maggiormente occupate in lavori con un più alto livello di precarietà, meno retribuiti, con contratti di lavoro part-time, oltre a ricoprire meno frequentemente degli uomini posizioni apicali. In assenza di politiche a sostegno delle madri lavoratrici, la maternità finisce poi per incidere in misura notevole sull’integrazione nel mercato del lavoro. L’Italia registra, invece, un leggero scadimento negli indicatori relativi a educazione, violenza sui minori e capitale umano. La dispersione scolastica è al 15%, contro una media europea del 10%, con impennate importanti in alcune regioni: in Sicilia e Sardegna tocca il 24%, mentre in Campania e Puglia il 17%. La crisi economica ha finito, inoltre, per pesare, soprattutto su bambini e adolescenti tagliando opportunità per larghe fasce della popolazione più giovane. Basti pensare che oggi i giovani che non studiano, non lavorano e non si formano (NEET) sono il 31,1%, contro una media europea del 17,3%. Alla fine tirando le somme l’Italia si presenta come il meno inclusivo tra i Paesi fondatori dell’UE e la distanza con le realtà più evolute è tale che, per conseguire il Valore Target (Paese ideale primo in tutti e 34 gli indicatori), dovrebbe, ad esempio, fare uno sforzo quasi doppio rispetto alla Norvegia.